BUDDHIDSMO, KRABI KRABONG:
SITUAZIONE SOCIALE ATTUALE "Parlate
un nuovo linguaggio agli uomini
ed essi non vi comprenderanno.
Indicate loro una via diversa da quella che seguono
E che dà loro un qualsiasi interesse,
ed essi vi combatteranno.
Ecco perché chi vuol comprendere deve nascere ogni giorno;
conoscere, ma non essere legato;
credere, ma essere pronto a dubitare di tutto.
Chi si cristallizza in canoni di pensiero,
chi rimane legato al passato,
necessariamente confronta le nuove con le vecchie convinzioni
e condanna sovente senza comprendere.
Vede la realtà chi è assolutamente libero".
Il Buddhismo è nato in India circa 2500 anni fa, tuttavia
non riuscì a mettervi radici a lungo, a causa del risorto
Induismo e per le feroci devastazioni subite durante le invasioni
mussulmane dell'VIII e del XIII secolo. In India predominò
l'induismo, ma il Buddhismo, che alla fine dei conti non ne
era che una riforma, continuò a svilupparsi in altre
parti dell'Asia, formando tre grandi scuole: quella Theravada,
che si sviluppò in Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia
e Sri Lanka e che rappresenta la versione più ortodossa,
il Buddhismo Vajirajana, che si è diffuso nel Tibet,
nel Bhutan, nel Nepal e nella regione indiana del Laddakh.
La terza scuola è quella Mahayana, diffusa nel nord del
continente: Cina, Corea, Giappone e Mongolia.
I Buddhisti Theravada credono in una ricerca del tutto personale
ed individuale dell'illuminazione, mentre le altre correnti,
credono anche in un aiuto divino e si propongono di far giungere
in quello stato, libero dalla sofferenza, tutti gli esseri umani.
Il Buddhismo si sofferma sulla sofferenza, sulle cause che la
producono e sull'annullamento della stessa. Il Principe Siddharta
insegnò che il dolore finisce solamente quando la mente
perviene in uno stato che viene chiamato Nirvana (l'illuminazione
appunto). Benchè egli utilizzasse molti principi e concetti
dell'India del suo tempo, tra i quali quello della reincarnazione
e del Karma, i suoi insegnamenti divergono dal credo indù,
perchè non sono basati sul concetto di Dio o di potenza
sovrumana, e non credono neppure nel concetto di "Anima".
Egli si concentrò sulle risposte da dare ai misteri della
vita e capì che essi andavano cercati dentro l'uomo.
Il Buddhismo è una religione molto elastica e flessibile:
le regole non sono molte, non ha necessità di luoghi
specifici di culto per essere praticato, nessun dogma. Per queste
ragioni esso è una religione molto tollerante, che rispetta
tutte le altre e pone pochissime limitazioni. Vi sono persino
alcuni buddhisti che non credono nella reincarnazione, e non
per questo sono esclusi o criticati.
Paradossalmente, è possibile essere cristiani e buddhisti
nello stesso tempo, oppure atei e buddhisti. La cosa non è
affatto strana, Buddha non esclude l'esistenza di Dio, ma non
ne parla volutamente, perchè distrarrebbe dall'unico
obbiettivo importante, quello di meditare e lavorare per la
cessazione della sofferenza.
Come già accennato, il fondatore del Buddhismo fu il
Principe Siddhartha Gautama, un tipo che io definirei un gran
figo, con un carattere tosto e le palle quadre, una di quelle
persone che quando decide una cosa la porta fino in fondo, costi
quel che costi, e sopratutto che non si arrende mai, proprio
un osso duro. Nato attorno al 560 A.C. a Lumpini, al confine
tra l'attuale Nepal e l'India, crebbe in un palazzo ricchissimo;
per lui furono chiamati i migliori maestri di tutte le specialità,
con loro studiò tutte le materie e divenne eccellente
anche nelle arti marziali dell'epoca; sposò la principessa
Yashodara ed ebbe anche in figlio: Raula. Attorno i vent'anni,
avventurandosi fuori dal palazzo reale, nel quale era sempre
rimasto dalla nascita, vide tre persone: un povero, un malato
ed un morto.
Colpito dalla scoperta delle miserie umane, scelse di consacrare
la sua esistenza alla ricerca di un rimedio che permettesse
di affrancare l'uomo dalla sofferenza. Determinato e risoluto
ad investigare le cause del dolore ed il mistero dell'esistenza
umana, abbandonò la famiglia e divenne un asceta errante.
Trascorse sei anni in solitudine in una foresta. All'inizio
studiò sotto la guida di due maestri indù e più
tardi si unì ad un gruppo di asceti.
Tutto ciò che aveva appreso tuttavia non lo soddisfaceva,
riteneva quelle pratiche Yogiche troppo estreme ed irrispettose
delle esigenze corporee. Sottoporre il proprio organismo a mortificazioni
di ogni tipo, digiuni forzati e sofferenze varie per poterlo
dominare, come se fosse un nemico da vincere non era cosa naturale.
Solo nel rispetto della natura e attraverso la conoscenza delle
sue leggi avrebbe potuto giungere alla Liberazione, il problema
pertanto si doveva spostare. Il compito ora era quello di capire
come, naturalmente, funzionava la mente dell'uomo; quali i processi
sbagliati che producevano lo stato della sofferenza, dell'infelicità.
Si tolse così dagli insegnamenti ricevuti e si "incamminò"
su un proprio nuovo "sentiero".
Sedette nella Posizione del Loto sotto un albero di fico a Bodhgaya,
in India, e cadde in una profonda meditazione che durò
49 giorni. Fu così che formulò le basi di quella
nuova saggezza, dalla quale sarebbe nata una nuova religione.
Negli ultimi stadi della meditazione fu tentato dal demone Mara
che, dopo aver perso due "battaglie" con lui, lo sottopose
all'ultima sfida. Prese dunque una sembianza identica a quella
di Siddhartha, si pose dinnanzi a lui. I due ora si fissavano,
come in uno specchio, identici. Mara cercò di lusingarlo,
riconoscendogli la vittoria ed invitandolo ora a proclamarsi
un Dio. Siddhartha, sorridendo gli rispose: "No! Architetto,
tu non ricostruirai più la tela dell'inganno; anche tu
sei un illusione e la tua realtà è impermanente...la
terra ne è testimone!" Distrutto Mara, Egli pervenne
al Nirvana, l'illuminazione finale, comprendendo le ragioni,
le cause di ogni sofferenza e realizzando il sentiero che permetteva
all'uomo di affrancarsi da essa.
In Maggio, durante una notte di luna piena, all'età di
35 anni egli divenne il "Buddha", l'illuminato.
Poco dopo, Buddha pronunciò il suo primo sermone, "Mettere
in moto la Ruota della Legge", nel Parco dei Cervi a Sarnath.
In seguito fondò una comunità monastica e codificò
i principi secondo i quali i seguaci dovevano vivere; continuò
a predicare e viaggiare fino alla morte, avvenuta all'età
di 80 anni.
Il Buddhismo permea ogni aspetto della vita thailandese; i monaci
vengono chiamati per consacrare un nuovo palazzo o persino per
benedire un nuovo Boeing 747. Nel paese vi sono più di
30.000 templi; la maggior parte sono della corrente Theravada,
un ristrettissimo numero invece sono Mahayana, fatti costruire
dalle comunità cinesi o vietnamite. Gli stili architettonici
sono diversi, tuttavia per i fedeli delle due correnti è
assolutamente indifferente andare a rendere omaggio al Buddha
in quelli di un tipo o dell'altro, la situazione non è
di divisione così netta come tra cattolici e ortodossi,
o protestanti, le differenze sono molto più sfumate e
l'antagonismo assolutamente inesistente.
Per chi vuole approfondire la meditazione qui in Italia, la
mia associazione, l'International Krabi Krabong Association,
organizza corsi che sono tenuti da mia moglie, che è
obbiettivamente molto brava ed esauriente nell'insegnamento
e nel rispondere ad ogni dubbio che uno possa avere.
In segna il metodo Vipassanà basato sulla respirazione
e quello basato sul movimento per lo sviluppo del Satì:
integrazione di mente e corpo. Chi invece ha deciso di fare
un viaggio in Thailandia può rivolgersi al Wat Bovornivet,
il Wat Mahatat o il Wat Paknam. Wat in thai significa Tempio
o pagoda, questi che vi ho nominato si trovano tutti a Bangkok
e sono degli importanti centri di cultura con rinomati maestri
di meditazione.
La meta finale del buddhismo è il raggiungimento del
Nirvana, cioè la cessazione del dolore. Il Buddhismo
classico lo interpreta come la rottura di un lungo ciclo di
nascita, morte e rinascita; ritiene inoltre che questa meta
sia perseguibile nel corso della nostra vita.
Molte pratiche thailandesi perciò si fondano sull'acquisizione
di meriti, cosa che consiste anche nel compimento di buone azioni.
Se una persona segue rettamente il sentiero della propria vita,
si ritiene che potrà portarsi il Karma così ottenuto,
anche nella vita successiva. Il Karma è un unione di
causa ed effetto: le buone azioni producono buoni effetti; quelle
cattive cattivi effetti. In pratica, il concetto lo possiamo
riassumere con il detto: " ognuno riceve quello che dà,
nel bene come nel male".
Il modo più importante per acquisire un buon Karma, per
gli uomini e per le loro famiglie, è quello di farsi
monaci. Quasi tutti gli uomini in Thailandia, passano un periodo
variabile della loro vita, da qualche settimana a qualche anno,
come monaci. Di solito per un tale ritiro, ottengono una licenza
pagata dal loro datore di lavoro. Non stupitevi dunque nel sentire
da qualcuno dire, come se fosse una cosa speciale, il mio maestro
di Muay Thai è stato anche monaco: sta dicendo un autentica
banalità, più o meno tutti gli uomini laggiù
lo sono stati, rare sono semmai le eccezioni a questa regola.
All'inizio, devono abbandonare tutti i loro beni terreni, si
fanno tosare i capelli e le sopraciglia e indossano un saio
color zafferano. In ogni famiglia thai, ci si aspetta questa
scelta dai figli, sia per ottenere meriti, sia per portare onore
e rispetto ai propri genitori.
Se in famiglia c'è stato qualche lutto, un figlio può
entrare in monastero per un breve periodo, è successo
anche nella mia esperienza laggiù: quando morì
il nonno di due miei amici, Mon e Meo, fratelli e campioni di
Krabi Krabong, espertissimi nel combattimento uno con il Mai
San (Tonfa thai) e l'altro di Phlong (Bastone lungo), io fui
invitato alla cerimonia della cremazione.
La cosa più sorprendente fu ritrovarmi in una specie
di festa dove tutti mangiavano e dove, nel mezzo della funzione
religiosa con i monaci, fui invitato a dare esibizione di Krabong
Song Thong (Nunchaku, i due bastoni corti uniti con la catenella).
Mentre mi inchinavo al pubblico, intento ad applaudirmi, notai
due monaci seduti in disparte, che mi guardavano con molta attenzione
e........porca vigliacca! erano loro! con i vestiti da monaci
indosso, non li avevo nemmeno riconosciuti. Anche loro avevano
scelto di passare un periodo della loro vita così, per
aumentare i meriti del nonno e della famiglia; ecco dove erano
finiti, che non mi riusciva di vederli tra i parenti e gli amici.
Nella pratica di una disciplina estrema come il Krabi Krabong,
la consapevolezza che il mondo è un illusione, che il
dolore e la morte sono pure illusioni e non hanno realmente
consistenza, è assolutamente indispensabile. Permette
al combattente una libertà interiore altrimenti impossibile,
una libertà necessaria per sostenere con coraggio il
confronto potenzialmente letale contro un avversario che impugna
armi vere. Capire che l'uomo si situa nell'eternità,
che la nostra esistenza non è che una delle tante; capire
che in realtà non si può veramente "uccidere"
qualcuno, perchè la morte stessa non è che un
inganno, l'estremo inganno, un illusione in se priva di fondamento,
modifica la condizione di base con la quale il combattente si
dispone alla lotta. Per un cristiano è diverso, la sua
vita è unica, non crede nella possibilità di avere
altre opportunità, quindi teme la morte, essa è
qualcosa di definitivo; dalla morte non si fa ritorno, può
esserci un altra forma di esistenza, ma con quella terrena hai
chiuso. La paura della morte è il più grande limite
mentale per l'occidentale, il thailandese non ne va alla ricerca
naturalmente, ma non ne ha certamente lo stesso timore che possiamo
averne noi. Da questo ne segue che, quando combatte, libero
da ogni timore, riesce a dare il massimo di se stesso.
Diventare eccellenti nel Krabi Krabong, senza riuscire a far
proprie queste concezioni, è impossibile. Non chiedo
ai miei allievi di diventare buddhisti, ci mancherebbe, ognuno
deve seguire la propria via. Tuttavia se non riusciamo penetrare
a fondo nel significato della nostra esistenza, e nell'accettazione
che la morte è comunque un evento inevitabile, che pertanto
va messa nella lista degli appuntamenti irrinunciabili, non
riusciremo mai ad acquistare quella libertà mentale e
quella disponibilità al sacrificio, a dare tutto noi
stessi nel combattimento, che è la condizione indispensabile
per sperare di uscirne vivi. Paradossalmente, durante il combattimento,
chi più teme per la propria vita, più rischierà
di perderla davvero. Chi combatte sereno e risoluto, indifferente
a tutto, con la mente ferma e senza emozioni, determinato a
raggiungere il suo obbiettivo, lo otterrà. Le probabilità
di morire nel suo caso saranno sicuramente minori. Che piaccia
o meno, per combattere e vincere, non bastano i muscoli grossi,
e nemmeno possedere un coraggio da leoni può essere sufficiente;
ci vuole fede e, come qualcuno disse in passato, la fede smuove
le montagne!
Una sera andai a praticare meditazione in un tempio vicino all'Università
di Thammasat; dopo la seduta avvicinai il monaco maestro e gli
chiesi delucidazioni circa la reincarnazione. "Lascia perdere
la reincarnazione!", disse. "Nell'induismo si parla
molto del Atman, il Sè divino che vive immutato in molte
vite e che, attraverso ogni nuova esistenza sulla terra, si
avvicina sempre più alla sua fonte divina, finchè,
dopo molte purificazioni, non vive la sua ultima vita sulla
terra prima di trovare il Nirvana (Niphan), l'unico vero paradiso,
la dimensione stessa di Dio. Ma il Buddhismo non aderisce ad
una teoria, nemmeno alla credenza in un Sè divino. Tutto,
scoprirai, è illusorio, transitorio, inafferrabile, impermanente,
compreso il Sè divino. Niente esiste, niente è
mai esistito e niente esisterà mai. Ma se ti metti a
pensare con la mente, con la logica e, ogni volta che cerchi
di pensare è inevitabile.... penserai a "questo"
o a "quello", e quando penserai al niente, lo concepirai
immediatamente in opposizione, in contrasto con il "qualcosa".
Allora immaginerai un vuoto, e in questo vuoto rimarrai bloccato.
Potrai essere un ragazzo equilibrato oppure un nevrotico, sarà
una cosa davvero degna di essere osservata, ma in se stessa
priva di significato.
Che un uomo possa vivere molte esistenze, e che tutte queste
siano tra loro connesse e scorrano l'una nell'altra, è
bello a sapersi. Ma noi, in questo tempio, non ci occupiamo
di terapie psichiatriche, e non ci interessa nemmeno perdere
tempo a filosofeggiare. Se sei interessato alla filosofia e
alle religioni orientali, se vuoi studiare la reincarnazione
e il Karma, puoi uscire da quella porta, girare a destra e dopo
cento metri ancora a sinistra, ti troverai all'ingresso dell'Università
di Thammasat. Vi sono eccellenti insegnanti lì, dispostissimi
a rispondere a tutte le tue domande, io non ho tempo da perdere
in queste seghe mentali".
Il monaco aveva perfettamente ragione, alla fine disquisire
sulla costruzione ideologica di una religione è assolutamente
inutile, anche se è lo sport preferito nelle amabili
conversazioni, che si tengono qui da noi.
Ciò che conta è praticare, praticare con costanza
e serietà, senza preoccuparsi di raggiungere dei specifici
obbiettivi, ma per il solo piacere di farlo. In questa ricerca
del metodo più adatto a noi, dobbiamo provarli tutti.
Io per esempio fatico a rimanere nella posizione del Loto per
ore come invece riesce con facilità mia moglie. Anzi,
dirò di più, non credo di essere adatto alla meditazione
statica anche se ogni tanto pratico anche quella; su mezz'ora
di pratica, forse dieci minuti sono di vera meditazione, altri
dieci li perdo a pensare cercando la concentrazione giusta,
altri dieci li perdo per il dolore che mi da alle gambe. Se
dovessi starci poi altri dieci minuti, probabilmente mi addormenterei.
La meditazione statica, mi riesce bene solo in circostanze del
tutto speciali, come quando sono in montagna, incantato ad osservare
un alba o un tramonto straordinari, oppure quando mi accendo
il fuoco di bivacco per cucinarmi qualcosa e la mia mente si
placa sulla fiamma che scoppietta innanzi a me. Per il resto
la mia forma di meditazione adatta, quella nella quale credo
di eccellere è quella in movimento, quella delle arti
marziali in specifico, ma non solo. Anche quando decido di andare
in silenzio a camminare per i boschi, io mi accorgo che sto
meditando nel modo corretto. Il passo si regola sul respiro,
la mente serena è presente nel movimento, lo sguardo
penetra il verde ed è partecipe del mutevole gioco di
luci ed ombre, di chiaroscuri, di paesaggi che vanno continuamente
nascendo e modificandosi, istante per istante. La foresta è
un giardino perfetto, che non ha bisogno di essere perfezionato
poiché ha un giardiniere supremo a prendersi cura di
lei. Io ho qualche difficoltà ad apprezzare i giardini
zen giapponesi, li trovo troppo artificiali, lontani dalla mia
mente semplice; la natura invece no, riesco a comprenderla ed
ad apprezzarla facilmente. Immergermi e compenetrarmi in essa
fino a confondermi con l'ambiente, è per me un esperienza
mistica rigenerante; una preghiera totale del corpo, del cuore
e della mente; è così che divento anch'io un animale
tra gli animali, un loro fratello e non il loro dominatore.
Il sussurro del vento tra le foglie, il canto degli uccelli,
il suono dei grilli, il verso notturno degli animali, sono tutti
la voce di un Dio immanente, sermoni sacri che si rivolgono
all'animo dell'uomo che ha imparato l'arte di ascoltare in silenzio.
L'arte di meditare diventa sublime quando, nel rispetto più
totale per l'ambiente, soggiorno nella foresta senza lasciare
alcuna traccia di me. Vagare tra le montagne e i boschi, contemplarli
lasciando libero gioco all'immaginazione è un passatempo
affascinante, utilissimo per rafforzare la comprensione mistica
della natura dell'essere, perché ben presto appare evidente
che la visione di oggetti naturali animati ed inanimati ha una
validità soltanto relativa: certe rocce emanano un atmosfera
così suggestiva che non posso più dubitare che
siano consapevoli della presenza di un intruso, sia che si tratti
di un atmosfera che spinge ad indugiare nei pressi, che ispira
timore ed induce a passare oltre in fretta. Ad un livello più
profondo di comprensione, è evidente che ogni atomo dell'universo
è imbevuto di vita, poiché è inseparabile
dalla natura del tutto. Questi luoghi, quale sfondo per la contemplazione
del mistero dell'essere, non hanno rivali. Il bosco, come mi
insegnò mio nonno Leonardo, è avvolto dalla bellezza
e dal mistero, perché rappresenta il luogo iniziatico
per eccellenza, dove il protagonista vive un'esperienza di crescita,
di maturazione e di metamorfosi, che lo portano ad una saggezza
e un sapere superiori. Ecco dunque le tre valenze:
1 -Il bosco come luogo di ritiro spirituale e meditazione;
2 _Il bosco come luogo di prova;
3 _Il bosco come luogo di incontro con la natura saggia.
Durante questa esperienza, secondo me, l'uomo si muove in un
ambiente astorico, vitale e primordiale; il mondo delle pulsioni,
delle emozioni, dei sentimenti, di tutto ciò che, pur
essendo passato, è eternamente presente. E' solo lì,
nei boschi,che il passato ed il futuro si incontrano a ricostruire
un'armonia e una completezza primigenia. L'incontro meditativo
con le foreste, è l'incontro con l'altra, ancestrale
dimensione umana, con il "pensiero selvaggio". Il
rito iniziatico dell'uomo primitivo, come dell'adepto di arti
marziali, ha sempre previsto questo incontro come stadio necessario:
solo dopo aver vissuto l'esperienza del ritorno alla natura
vergine, soggetta alle forze eterne del divenire e del perire,
dopo aver riscoperto l'irrazionalità della pura esistenza,
l'uomo secondo me può recuperare un primato rinnovato
della conoscenza, e accedere alla piena consapevolezza del mondo
in cui vive.
La foresta è uno spazio sconosciuto, ma non ignoto, la
sua dimensione è la stessa dell'uomo, riportata nel suo
aspetto più misterioso, remoto, selvaggio. L'impatto
con questi luoghi potrà essere per alcuni terribile,
per altri come il sottoscritto, bellissimo; in ogni caso tutti
i filtri ordinari, utilizzati nella nostra vita ordinaria per
organizzare il mondo, dovranno essere gettati via. Saremo tutti
costretti ad essere interiormente "nudi"ed obbligati
dunque a rivedere tutte le nostre categorie mentali. "La
comunione con la natura", questo cliché che può
anche far sorridere, cessa di essere tale quando ci si trova
alla sera, vicino al fuoco di un bivacco sotto il cielo stellato,
piccola isola immersa nell'immensità che ci circonda
e che ci invia i suoi messaggi: il fruscio ininterrotto del
vento tra gli alberi, la presenza di un animale nel bosco, la
visita furtiva e inaspettata di un piccolo scoiattolo o la incerta
e curiosa attenzione di qualche capriolo. "Vedi
tutti gli esseri
come tanti Buddha!
Odi tutti i suoni
come tanti mantra!
Considera tutti i luoghi
Come il Nirvana!"
So già che molti non riusciranno ad apprezzare tutto
ciò, schiacciati da questa solitudine nella quale ogni
minimo rumore appare a loro ostile o addirittura terrificante.
La paura dell'ignoto può trasformarsi velocemente in
amore; amore per la solitudine, dei grandi spazi, del profumo
della resina, della terra umida e dell'erba al mattino. Nessun
essere umano deve accorgersi che io sono passato di lì,
alterare il giardino perfetto degli Dei è un peccato,
và evitato quando è possibile e, quando necessario,
lo si modifica con delicatezza, in modo quasi impercettibile
e nel massimo rispetto. Diviene anche scelta di non violenza,
nel momento stesso in cui decisi di non mangiare più
carne, per non sentirmi moralmente responsabile dell'uccisione
di innocenti animali. Sono circa venticinque anni che non
mangio carne e malgrado questo la mia salute rimane ottima.
Le risorse del creato non devono essere sfruttate selvaggiamente,
ma amministrate con cura affinché ne possano godere
anche le generazioni che verranno. Ora vi farò sorridere,
ma ho persino inventato quello che io chiamo simpaticamente:
"Il Caffelatte Zen". Una vera e propria cerimonia
della colazione a base di latte e pan biscotto, che rispecchia
comunque la ritualità legata alla meditazione. Innanzi
tutto si prende la tazza e ci si versa lo zucchero ed il caffè,
poi si mescola il tutto ed infine vi si aggiunge il latte
caldo, per me all'incirca tre quarti di litro. Si mescola
nuovamente il tutto e si comincia a spezzettare con le mani
il pan biscotto (meglio se quello cotto con il forno a legna)
e lo si getta nel latte. L'operazione continua fino a quando
non si ritiene che la densità della "zuppa"
non sia sufficiente dopo di che, preso il cucchiaio, con un
movimento lento e misurato, lo si immerge nel "pastone"
e si osserva che rimanga impiantato nella tazza (io uso le
insalatiere), in modo perpendicolare rispetto al piano. Un
amatore di caffelatte come me non sbaglia mai, ma se dovesse
succedere che il cucchiaio si inclina è segno che:
o non eravate troppo concentrati, o non eravate troppo affamati,
o che avevate calcolato male la densità; in ogni caso
si può rimediare facilmente aumentando la dose di pane
biscottato. Il vero fine della cerimonia del caffelatte, esattamente
come per quella del tè, è quello di purificare
i cinque sensi: la vista con la contemplazione; l'odorato,
con il profumo del latte, l'udito, con il mormorio del liquido;
il gusto, con il sapore delizioso che ha; il tatto, con la
posizione corretta del corpo. Quando i cinque sensi sono purificati
in questo modo, anche il cuore diventa puro. Personalmente
quando eseguo il rito del Caffelatte, devo essere lasciato
assolutamente in pace, guai a chi mi parla o mi distrae, divento
"rognoso", nervoso e mi incattivisco. Se invece
vengo lasciato in pace come desidero, diventa un modo stupendo
per iniziare a pancia piena la giornata.
Come vedete, volendo non è assolutamente necessario
essere buddhisti, per praticare, anche involontariamente,
la meditazione buddhista. Essa è una cosa semplice,
davvero semplice, quello che è più difficile
semmai è comprendere i principi corretti che la sottendono
e che ci permettono di capire quando è fatta nel modo
giusto e quando in quello sbagliato. Vedete la meditazione,
di per se può essere positiva, oppure negativa; mi
spiegherò meglio con un esempio: immaginate tre persone
raccolte nella posizione del Loto, tutte e tre esternamente
sembrano assorte nella loro pratica nel modo corretto, ma
se noi potessimo andare ad osservarle meglio, potremmo trovare
tre condizioni totalmente diverse.
Il primo ad esempio sta pensando alla macchina nuova che ha
appena acquistato e alla ragazza che intende tamponarsi la
sera. Tutto questo non è meditazione, ne converrete,
è solamente distrazione, fantasticheria. Il secondo
invece è perfettamente concentrato, esegue la tecnica
appresa nel modo corretto, ma la usa nel tentativo di vincere
i numeri del superenalotto, per mandare il malocchio ad un
nemico oppure sta concentrandosi sul modo migliore per abbattere
le Twins Towers. Credetemi, i pazzi che si sono lanciati su
quei palazzi, dovevano essere davvero concentrati su quello
che stavano facendo, mentre l'aereo picchiava la loro meditazione
doveva essere fortissima, ma questo non toglie che la volontà
che li ha guidati non sia stata malvagia e disumana. Questa
è meditazione, ma è negativa, distruttiva. Quanto
al terzo.... beh , quello sta dormendo alla grande, ha cercato
il poveretto di praticare, ma il sonno lo ha vinto.
H.S.Sullivan diceva ai giovani psichiatri che andavano per
lavorare con lui: "Voglio che ricordiate che, nello stato
attuale della nostra società, il paziente ha ragione
e voi torto". Esaurimenti nervosi, crisi di isteria,
depressione, angoscia esistenziale, padri per bene che sterminano
la famiglia per poi suicidarsi a loro volta, ictus cerebrali,
infarti ed emboli, stress! stress! Stress! A quanto pare,
oggi la sanità mentale consiste in massima parte nella
capacità di adattarsi al mondo esterno, ad un mondo
impazzito e disumanizzato, ad un mondo tragico dove tutto
è recita e commedia.
In una società dell'immagine, dove impera la filosofia
della New Avidity chiamata in modo più professionale
New Economy, in un mondo che ci considera per ciò che
produciamo e non per ciò che siamo veramente, un mondo
massificato e lobotomizzato dove il singolo individuo è
costretto a misurarsi con richieste e forze più grandi
di lui, è importante trovare dei punti di riferimento
stabili.
Anche gli italiani, come i Buddisti, hanno capito che "la
felicità sta nelle piccole cose: una piccola villa,
un piccolo Yacht, una piccola fortuna….." - come
diceva scherzando Willi Wang, e pensano, a ragion veduta,
che: " chi nasce povero e brutto abbia buone possibilità
che crescendo, si sviluppino entrambe le qualità".
Su assiomi come questi, che a noi paiono ridicoli mentre invece
sono serissimi, si è costruita la mentalità
della gente "normale". Le macchine, i computer,
sono già più capaci di comunicare tra di loro
di quanto non lo siano gli esseri umani. La situazione diventa
davvero comica: cresce sempre più l'interesse per la
comunicazione in sé, e diminuisce l'interesse a comunicare.
La parola data non ha più nessun valore, la gente non
si vergogna più di comportamenti arroganti e se ne
frega di qualunque convenzione sociale basata sull'onestà.
Molti allievi che vengono ad apprendere la mia disciplina
non vogliono sacrificarsi, desiderano avere tutto e subito.
Sono impazienti e indisciplinati, faticano a pagare con regolarità
i pochi euro della mensilità, giustificandosi all'infinito
con vari: "Mi sono dimenticato, la prossima volta!",
se si fa ripetere loro le tecniche di base perché le
eseguono male, si annoiano e, alla seconda o terza lezione,
se ne vanno. Faticano a adeguarsi a quelle tre o quattro norme
di disciplina che, più che altro, sono regole di buona
educazione. Sbuffano quando dico loro che gradisco indossino
l'uniforme della scuola, poiché pensano che tutti questi
orpelli siano del tutto inutili e alla fine mi costringono
ad essere severo su cose semplici che dovrebbero essere del
tutto scontate. In Thailandia gli allievi aiutano il maestro,
prendono le armi e gli equipaggiamenti, li schierano per la
lezione e poi li ripongono al loro posto, si siedono pazienti
sempre ai suoi piedi. In Italia no! E' il maestro che deve
servire l'allievo, poiché l'allievo paga una quota
e quindi può pretendere, dunque che si arrangi pure
a far tutto. Quando non vedono progressi rapidi se ne vanno
e, se per caso l'insegnante fa loro ripetere la stessa lezione
due volte o non insegna loro per una sera qualcosa di nuovo,
si sentono traditi ed imbrogliati. Ho avuto allievi che se
ne sono andati perché ho detto loro che non li ritenevo
ancora pronti per fare un combattimento libero a mani nude,
che sarebbe stato più opportuno studiare ancora i fondamentali
che non padroneggiavano bene. Il maestro viene visto come
un business man, uno interessato solamente ai tuoi soldi,
non come un padre che ti guida con amore e si prende cura
di te nel cammino che hai intrapreso. Non capiscono questi
"meschini" che la disciplina è, prima di
tutto, una forma di rispetto verso se stessi. Solo secondariamente
essa ha per oggetto l'insegnante o la scuola! Capisco anche
che molti insegnanti presenti oggi nel nostro paese siano
effettivamente di quella specie, ma non sarebbe meglio prestare
un po' di attenzione ugualmente? Se faccio fare allenamenti
duri, se ne vanno perché sono troppo impegnativi, se
li faccio facili, perché sono troppo facili. Se cerco
di fare un allenamento medio, metà se ne vanno perché
lo reputano troppo duro, l'altra metà perché
lo reputano troppo facile, nessuno sembra mai contento.
Non c'è più spazio per la conquista personale,
tutto va comperato ed esibito, guai a parlare di sacrificio
o di impegno, essi sono valori banditi dalla nostra società,
per non parlare poi della costanza e della serietà.
Mi si sono presentati allievi chiedendomi che tipo di integratori
proteici usavo per i miei allenamenti e, quando ho risposto
loro che i miei integratori sono il formaggio grana, il miele,
il latte, le uova e le noci, hanno pensato che li stessi prendendo
per il culo. Altri invece mi chiedevano se praticando il Krabi
Krabong avrebbero potuto dimagrire in vita e rassodare i muscoli
poiché erano orientati per il Fitness o l'Aerobica,
anche l'Acqua Gym dicevano fosse buona o la Cardioboxing,
ma Krabi Krabong faceva figo: " sai ho sentito che è
antico e poi c'è anche la meditazione, insomma fa trend,
è una cosa smart!". Io dico loro venite, venite
che ve la do io la MioCardio - Boxing (nel senso dell'infarto
però). Naturalmente ci sono anche alcuni studenti in
gamba, ma essi non rappresentano che eccezioni che confermano
la norma che ho descritto sopra. I valori che ci vengono proposti
attraverso la televisione e i mass media, modelli che i nostri
figli dovrebbero fare loro, secondo la filosofia corrente,
si possono osservare in trasmissioni demenziali come quelle
del "Grande Fratello" oppure "Operazione Trionfo",
spettacoli di vera miseria umana, nei quali possiamo vedere
giovani imbecilli fare tutto il loro meglio per sfoggiare
le loro doti di rincoglioniti. A essere massacrate così,
sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più
prezioso di ogni società che vuole proiettarsi verso
il futuro.
Se i programmi presentano questi esempi così poco edificanti
di umanità, queste fiere del bestiame dove ragazze
seminude, si impegnano a fondo per dimostrare quanto vacche
sono, mercificando i loro corpi come semplici oggetti, potete
immaginarvi in quale stato di confusione possono trovarsi
i ragazzi d'oggi. Essi finiscono quasi sempre inevitabilmente,
a ritenere che questa sia l'unica forma con la quale proporsi
per farsi accettare nella comunità nella quale vivono.
Il bisogno di essere accettati, di essere confermati dagli
altri, di ritenere che il loro "valore" dipenda
dall'opinione che gli altri si sono fatti nei loro riguardi,
li rende schiavi delle apparenze. Il prestigio ed il successo
si misurano in euro e vestiti firmati che si possono esibire,
in incarichi di "responsabilità" che si ricoprono,
nella quantità di apprezzamenti che si ricevono. L'interesse
principale non mira a promuovere la propria crescita, ma a
imbottire e anestetizzare se stessi attraverso il possesso
di beni, il consumo di vita a prezzi stracciati e la percezione
banale delle cose turbata il meno possibile. Il sostanziale
oblio di sé come centro di un orizzonte di senso è,
a sprazzi, compensato dall'attesa di qualche improvviso e
miracoloso evento che redima dalla piattezza: dal lampo di
qualche amore, avventura o successo. Se l'obbiettivo è
quello di conquistare la felicità, lo si è alla
fine barattato con lo stordimento. La società ci spinge
verso la performance, ci spinge a correre, correre, correre
e ad arraffare dove si può a piene mani, cerca di concederci
meno spazi possibile per riflettere, per fermarsi. Tutto va
agguantato, acquistato, consumato, gettato o distrutto, e
guai a chi osa mettersi in mezzo, cammineremo senza pietà
sul suo cadavere. Essere arroganti, cafoni, maleducati, gridare,
insultare, denigrare, sfottere, parlare velocemente ed ad
alta voce, vengono presentate come le virtù che contraddistinguono
l'uomo di successo. Il comportamento nostri uomini politici,
coloro che ci rappresentano, che sono stati scelti dal popolo,è
la prova irrefutabile di quanto ho asserito. Non possiamo
oltremodo neppure lamentarcene, essi non sono che lo specchio
fedele del popolo che li ha eletti. Ma in tutto questo quadro
dobbiamo chiederci: dove sta la cosiddetta normalità?
Che cosa intendiamo per "Uomo Normale"? In più
piccolo, a me è sufficiente vedere quali nefande bugie
e bassezze compiono alcuni famosi maestri, incensati con numerosissimi
articoli in quasi tutte le riviste di settore, pur di fare
soldi spennando quei poveri "polli" che ci cascano.
Anche questo purtroppo è potere in negativo dei mass
media, io che ho maggiori difficoltà di loro ad accedervi,
per ragioni economiche, non posso nemmeno offrire l'opportunità
di conoscere la verità che si cela dietro quelle mistificazioni.
Credo sia importante cercare di riuscire a rimanere, in un
mondo falso, uomini veri.
Se ne convenite con me, vi consiglio caldamente di leggervi
il bellissimo saggio di Hermann Hesse : "L'arte dell'ozio",
libretto scritto tanti anni fa e tuttavia mai stato tanto
attuale quanto ora. L'arte dell'ozio, di fermarsi, di rallentare,
di quietarsi, di riappacificarsi con noi stessi, di rimanere
fermi ad ascoltarci.
Dai thailandesi noi avremmo al riguardo davvero tantissime
cose da apprendere; la loro società, seppur moderna
ed antica nello stesso tempo, segue ancora ritmi rispettosissimi
degli equilibri, del bio-ritmo, di ogni essere umano. Il prezzo
lo pagano in scarsa produttività industriale, ma quanta
pace…..
Quando si giunge in questo paese non si può non rimanere
interdetti, nel vedere con quanta calma ogni cosa si svolge,
stranamente, facciamo fatica noi inizialmente, frenetici come
siamo a adattarci ai loro ritmi lenti, tuttavia, una volta
che ci calmiamo, non possiamo che apprezzare ed abbracciare
con gioia questo stile di vita. Al ritorno in Italia poi ci
aspetterà lo shock di doverci reintegrare con ritmi
che ci sembreranno pazzeschi….
Qui da noi, quasi nessuno riesce a funzionare senza aver bisogno
dell'approvazione degli altri, ricercando ciò che lo
realizza come persona, anziché pensare solo al realizzo
in senso economico. La morte è un tabù, qualcosa
che non esiste, che va allontanata, qualcosa che….tocca
sempre agli altri, fino al giorno, spesso improvviso, che
bussa alla nostra porta trovandoci impreparati e spaventati.
Alla fine finisce sempre così, che ce ne andiamo nudi
nudi, senza aver la possibilità di portarci dietro
niente; non il prestigio, non i soldi (di cui godrà
comunque qualcuno), non il potere.
Al riguardo vi cito il Sutra del Cuore, una poesia antichissima
e bellissima, che viene ricordata anche da Bernardo Bertolucci
nel film "Il Piccolo Buddha":
"O Shariputra, la forma è vuoto,
il vuoto è forma.
La forma non è altro che il vuoto,
il vuoto non è altro che la forma….
O Shariputra, tutte le cose che esistono
Sono espressione del vuoto:
non nate, non distrutte, non macchiate, non pure,
senza perdita, senza profitto…
Pertanto nel vuoto non c'è forma,
né sensazione, concezione, discriminazione,
consapevolezza.
Né occhi, né orecchie, né naso, né
lingua,
né corpo, né mente.
Né colore, né suono, né odore, né
sapore,
né tocco, né cosa esistente.
Né regno della vista, né regno della coscienza.
Né ignoranza, né fine dell'ignoranza,
né vecchiaia, né morte.
Né sofferenza, né causa - né fine - della
sofferenza.
Né strada, né saggezza, né profitto.
Senza alcun profitto - così vivono i Bodhisattva,
in perfetta comprensione e senza ostacoli per la mente.
Per la mente - senza ostacoli, perciò senza paura.
Lontano, oltre i pensieri e le illusioni,
ecco il Nirvana…".
La crisi di valori di cui da tanto si parla, non è
un semplice luogo comune, esiste davvero, i ragazzi intelligenti,
prima di abdicare totalmente al loro pensiero libero, per
arrendersi alla terrificante realtà di una società
impazzita, cercano risposte. Risposte che gli adulti non sono
in grado di soddisfare. Così spesso essi vanno a perdersi
in paradisi artificiali, sette religiose o nell'emulazione
di modelli e stereotipi dietro ai quali quasi sempre si nasconde
la depressione, lo stress, l'angoscia esistenziale ed in definitiva
la disperazione. La difficoltà di dare un senso profondo
e sacro alla nostra brevissima esistenza, di avere dei riferimenti
fermi, dei paletti, nel mutevole girotondo di un mondo in
continua e rapidissima trasformazione, crea disagio e disadattamento,
la sensazione orribile di non riuscire ad essere mai all'altezza
della situazione. In questo contesto sono grandi anche le
responsabilità della famiglia. I genitori investono
nei figli aspettative che sono del tutto sproporzionate agli
interessi dei ragazzi. "Sa! Mio figlio va a scuola fino
alle 13.00, dalle 14.30 alle15.30 studia piano, dalle16.00
alle 17.00 va a ripetizione di matematica, dalle17.30 alle
18.30 ha lezione di nuoto, poi c'è la cena ed il ripasso
prima di dormire. E' proprio un ragazzo bravissimo e non si
lamenta mai!"- quante volte ho sentito discorsi simili,
Dio mio! Nessuno mai che si informi e si preoccupi di ciò
che può rendere felice il bambino davvero. Non chiedetevi
poi come mai i vostri ragazzi collassano, soffrono di depressione
o tentano il suicidio, magari solo per un brutto voto preso
a scuola.
Ronald D.Laing è il padre della corrente dell'antipsichiatria,
ad un certo punto, all'apice del suo successo personale si
ritirò in un monastero Buddista nello Sri Lanka, l'unica
cosa che ancora aveva senso per lui. Comprese benissimo queste
tematiche facendone una terribile profezia che scrisse in
un bellissimo e quanto mai piccolo librettino, uno di quei
testi che si possono leggere tranquillamente quando andiamo
al cesso per i nostri quotidiani espletamenti fisiologici.
Un libretto tuttavia che se ben letto, quella tranquillità
ce la farà sparire. Cosa dice sostanzialmente ?
Ve ne riporterò alcuni passi. "Rendiamoci conto
che ciò che viene chiamato comunemente "uomo normale"
è un prodotto di repressione, negazione, scissione,
proiezione, introiezione e di altre forme di azioni distruttive,
operate contro l'esperienza. Esso è radicalmente estraneo
alla struttura dell'essere. La persona "normalmente"
alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti
gli altri, è presa per sana.
La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente,
inconsapevole, fuori di se, è la condizione dell'uomo
normale.
La società fa un gran conto del suo uomo normale: educa
i bambini a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad
essere così " normali".
Gli uomini normali hanno spiritualmente e fisicamente assassinato
più di un miliardo circa dei loro simili uomini normali,
negli ultimi cinquant'anni e più di cento milioni,
attraverso guerre fatte per soldi, mascherate da alti ideali.
Il nostro comportamento è una funzione della nostra
esperienza: agiamo cioè in accordo con il nostro modo
di vedere le cose.
Se la nostra esperienza è distrutta, il nostro comportamento
sarà distruttivo. Se la nostra esperienza è
distrutta, abbiamo smarrito noi stessi: siamo alienati."
Chi pratica la meditazione deve essere consapevole di tutto
ciò. "Per questo si sottopone ad un intensa disciplina,
volta innanzitutto a disimparare; prima di poter incominciare
di nuovo ad avere esperienza del mondo, con innocenza, verità
ed amore.
Le parole di una composizione poetica, i suoni in movimento,
il ritmo che scandisce lo spazio, il vivere l'esperienza autentica
di un arte marziale, sono tentativi, istintivi alcuni, codificati
altri, di recuperare un significato personale e rinchiuderlo
in uno spazio e tempo personali. Tutto ciò al di fuori
degli spettacoli ed i suoni di un mondo spersonalizzato e
disumanizzato; sono teste di ponte gettate in territorio nemico:
sono atti insurrezionali.
La loro sorgente è quel silenzio che è al centro
di ognuno di noi.
In qualsiasi momento o luogo una tale costellazione sonora
o spaziale si stabilisce nel mondo esterno, la forza che essa
racchiude genera nuove linee di forza i cui effetti si avvertono
per secoli.
Il soffio creativo "viene da una regione dell'uomo, in
cui l'uomo normale non può discendere, neppure se Virgilio
stesso lo accompagna, perché Virgilio stesso non potrebbe
scendere fin là". Questa regione, la regione del
nulla, del silenzio dei silenzi, è essa l'origine:
noi abbiamo dimenticato che siamo là interamente ed
in ogni momento.
Per un uomo alienato dalla propria sorgente interiore, la
creazione se nasce, nasce dalla disperazione e finisce nel
fallimento, ma quest'uomo non ha percorso la Via che conduce
alla fine del tempo e dello spazio, alla fine dell'oscurità
e della luce: non sa che dove tutte queste cose finiscono,
proprio là , esse incominciano.
Dobbiamo comprendere che adesso per noi sono molto più
fuori mano anche i più vicini contatti con le infinite
regioni dello spazio interiore, di quanto lo siano le regioni
dello spazio esteriore.
Rispettiamo l'esploratore, lo scopritore, lo scalatore, l'astronauta:
ma è molto più impegnativo il progetto, richiesto
dal nostro tempo con disperata urgenza, di esplorare lo spazio
- tempo interiori, dello spirito umano.
Questa è forse una delle poche cose che, nella nostra
situazione storica, abbia ancora senso fare".
Ronald Laing ci prospetta anche il suo percorso di riscatto:
quello che da migliaia di anni il Buddismo insegna:
1-Un viaggio dall'esteriore all'interiore,
2-Dalla vita ad una sorta di morte.
3-Da un andare in avanti ad un andare all'indietro.
4- Da un tempo in movimento ad un tempo statico.
5- Da un tempo mondano ad un tempo eonico.
6- Dall'IO al Sé.
7- Dall'esser fuori al rientrare in grembo al tutto.
E successivamente un viaggio di ritorno:
1- Dall'interiore all'esteriore.
2- Dalla morte alla vita.
3-Dal moto all'indietro al moto in avanti.
4-Dall'immortalità, ad una nuova consapevolezza della
mortalità.
5-Dall'eternità ad ancora il tempo.
6-Dal Sé ad un nuovo Io.
7-Dalla trasformazione in feto cosmico ad una rinascita dell'esistenza.
"Gli uomini non divengono ciò che la natura li
ha destinati ad essere, ma ciò che la società
fa di loro. I sentimenti generosi vengono, per così
dire, rinsecchiti, strappati, cauterizzati, amputati, per
renderci adatti al nostro approccio con il mondo, un pò
come fanno certi zingari con i loro figli: li storpiano e
li mutilano, per renderli adatti alla loro futura posizione
nella vita.
Questo è un invito alla rivolta e al rifiuto a farvi
massificare: riappropriatevi di voi stessi. Riconquistate
spontaneità, libertà e naturalezza interiori.
L'esteriore separato da ogni illuminazione proveniente dall'interiore,
vive nelle tenebre; la nostra è un età delle
tenebre: vivere nelle tenebre dell'esteriorità, è
vivere in uno stato di vero "peccato", ossia di
alienazione, di estraniazione dalla luce interiore.
Vi sono degli atti, delle azioni che conducono ad un estraneamento
maggiore, altri che aiutano a non restare così lontani:
i primi sono quelli che un tempo venivano considerati i più
peccaminosi".
Il Krabi Krabong, per la sua completezza e per i suoi altissimi
contenuti educativi, morali e spirituali può davvero
essere considerato un preziosissimo strumento di riscatto
e crescita spirituale. La vera rivoluzione incomincia dentro
di noi, non fuori; nessuno verrà mai a riscattarci
poiché la società trova il suo conforto nella
mediocrità e di conseguenza quello è lo scopo
che si propone attraverso l'educazione scolastica. Tutto deve
essere standard! Jules Henry, professore americano di antropologia
e sociologia, sosteneva che in pratica l'educazione scolastica
non è mai stata uno strumento per rendere libera la
mente, lo spirito dell'uomo, ma al contrario per costringerlo.
Crediamo di volere nei fanciulli la creatività - diceva
Laing - ma cosa vogliamo che creino?
"Se durante tutto il periodo di studi i giovani venissero
stimolati a mettere in dubbio i dieci comandamenti, la santità
della religione rivelata, le basi del patriottismo, la legge
del profitto, della produttività, il bipartitismo politico,
la monogamia e così via…..ci sarebbe tanta di
quella creatività che la società non saprebbe
a che santo votarsi. Il compito della scuola è quello
di indurre i bambini a voler pensare nel modo in cui la scuola
vuole che pensino. Ciò che vediamo nelle scuole elementari,
nei metodi delle prime classi, è la patetica resa dei
bimbi!" - conclude Laing.
Henry ci da un esempio che viene descritto bene, sempre nello
splendido libretto del padre dell'antipsichiatria:
"Boris trovava difficoltà nel ridurre 12/16 ai
minimi termini, e riusciva ad arrivare solo fino a 6/8. L'insegnante
gli chiese tranquillamente se quello fosse il massimo cui
poteva arrivare; cui "credeva", insinuò,
di poter arrivare. Grande agitazione e levare di mani da parte
degli altri bambini, tutti bramosi di correggerlo. Boris abbastanza
infelice, con la mente probabilmente paralizzata. L'insegnante
calma, paziente, ignora gli altri e rivolge lo sguardo e la
parola solo a Boris. Dopo un minuto o due si volta verso la
classe e dice: "Bene! Chi sa dire a Boris qual è
il divisore?". Si leva una foresta di mani, e l'insegnante
chiama Peggy. Peggy dice che quattro è il massimo comun
divisore.
L'insuccesso di Boris rese possibile il successo di Peggy;
la sua infelicità è un occasione per l'esultanza
di lei: ecco una situazione tipica dell'attuale scuola elementare
americana. Ad un indiano Zuni, Hopi o Dakota, come pure in
molte culture asiatiche, l'esibizione di Peggy sembrerebbe
incredibilmente crudele, perché la competizione, lo
strappare il successo mediante l'altrui fallimento, è
una forma di tortura estranea a quelle culture non competitive.
Considerato dal punto di vista di Boris, l'incubo alla lavagna
costituì, forse, una lezione di autocontrollo, così
da non correre urlando fuori dall'aula sotto l'enorme pressione
del pubblico. Tali esperienze spingono ogni uomo cresciuto
nella nostra cultura, a più riprese, ogni notte, anche
al vertice del successo, a non sognarsi di successi, ma di
sconfitte. A scuola l'incubo esterno viene interiorizzato
per tutta la vita.
Boris non stava apprendendo soltanto l'aritmetica, stava imparando
anche l'incubo essenziale. Nella nostra cultura per ottenere
il successo bisogna imparare a sognarsi l'insuccesso anche
di notte". Parlando in Thailandia con il mio amico, il
Maestro Pongsak (che lavora come professore in un istituto
superiore di Satri Nonthaburi) di questa vicenda che vi ho
appena descritto sopra, mi diede conferma che, un comportamento
come quello adottato dalla maestra americana, nel suo paese
comporterebbe il licenziamento immediato della stessa poiché:
"Insegnare ai bambini l'aggressività, a trarre
beneficio e soddisfazione dal fallimento di un loro compagno
è una cosa immorale e diseducativa; essi devono apprendere
a collaborare insieme per il successo ed il miglioramento
di tutta la società nella quale sono chiamati a vivere".
Questa è l'autentica violenza, non il fatto praticare
le arti marziali.
Coloro che sono alla ricerca di strumenti validi ed affilati,
per poter operare una discesa sicura dentro di se, per riportare
alla luce quella fiaccola di consapevolezza e vera libertà,
contro la quale la società ha schierato un esercito
agguerrito e subdolo, troveranno in questa disciplina tutte
le tecniche necessarie a "spezzare l'accerchiamento".
I valori di riferimento non sono imposti, gli ideali non stanno
lì, come in un mondo iperuranio di tipo platonico,
vanno trovati e conquistati da soli, camminando insieme con
Maestri in gamba che sappiano prenderci per mano e guidarci.
Quando un allievo ha sete, il compito morale del maestro consiste
nell'indicargli la via che conduce alla sorgente, ma egli
non può bere al posto dello studente; il suo compito
si ferma lì, tutt'al più può metterlo
in guardia dai rischi ai quali può andare in contro
strada facendo. Se la "formazione" si trova fuori
rotta, l'uomo che lo ha compreso e vuole veramente rimettersi
"in rotta", deve lasciare la formazione. Ma può
farlo senza strepito, e senza terrorizzare la già spaventata
formazione che sta per lasciare. La "formazione sociale",
la società nella quale viviamo è patologica,
e l'adattarsi socialmente ad una società malata di
disfunzioni può essere molto pericoloso: l'uomo addetto
al lancio delle testate nucleari, perfettamente adattato,
brav'uomo, ottimo padre di famiglia, può costituire
un pericolo ben maggiore per la sopravvivenza della specie
che non lo schizofrenico internato, convinto che la Bomba
sia dentro di sé. Stiamo vivendo in un epoca in cui
il terreno slitta e le fondamenta tremano.Non saprei dire
se ciò sia vero per altri tempi e per altri luoghi:
sarà forse sempre stato così, ma ciò
che sappiamo è che è vero oggi.
Stando così le cose, abbiamo tutti i motivi per non
sentirci sicuri. Ora che fin l'estrema base del nostro mondo
è in pericolo, corriamo verso i diversi buchi nel terreno,
ce la diamo a gambe levate per trovare rifugio in ruoli da
sostenere, in ranghi, identità, relazioni interpersonali:
cerchiamo di vivere in castelli in aria, dato che nell'universo
sociale non vi è della terraferma su cui edificare.
Tutti siamo vittime e testimoni di questo stato di cose.
Il vero guerriero è colui il quale ha compreso che
dentro di lui vi è un'unica realtà, sorgente
di vita e di ogni cosa.
Sa che in realtà dolore e piacere sono enti complementari.
Come un albero che in un luogo privo di vento non vacilla,
così la sua mente rimane stabile e ferma.
"Con questa fede e con questa coscienza vi dico,
non siete rinchiusi nel corpo, né confinati
nelle case o nei campi.
Quello che siete dimora sulle montagne
ed erra nel vento.
Non è qualcosa che striscia al sole per scaldarsi,
o scava nel buio per trovare rifugio,
ma è qualcosa di libero,
uno spirito che avvolge la terra
e vaga nell'etere".
Queste sono parole profondissime, che assieme a molte altre,
splendide potete trovare in un piccolo ma bellissimo libro:
"Il Profeta" di Gibran Kahlil Gibran.
Tutti i sentieri, brevi o lunghi, elaborati per raggiungere
la percezione mistica, l'autorealizzazione, l'unione beata,
non sono che varianti di quel sentiero che, andando dal nulla
al nulla, inizia e termina dentro di sé.
Guardatevi bene poi dai giochi di prestigio di certi santoni
del Kung Fu, dello Yoga o dell'Aikido, che vi spacciano trucchi
banalissimi, per effetti meravigliosi delle loro pratiche
di Ch'ì Kung, di Forza Interna. Quelli che piegano
le lance, con la punta alla gola, quelli che si fanno spezzare
lastre di marmo sullo stomaco oppure in testa, quelli che
incollano la vostra scodella del caffelatte sulla pancia (Dio
mio! Non li sopporto e chi ci mangia più dentro lì?),
che si stendono su di un letto di chiodi, camminano su di
un piccolo tappeto di braci, si fanno colpire con bastoni
fino a farli spezzare sul corpo o compiono altre sciocchezze
del genere, sono buffoni da Circo Orfei, ciò che fanno
non ha assolutamente nulla a spartire con la pratica delle
vere arti marziali e men che meno con la meditazione. Vi stanno
imbrogliando, tutto qui; se volete posso farvi vedere moltissimi
trucchi del genere, anch'io li praticavo quando facevo le
dimostrazioni pubbliche di Kung Fu. Facevo il pagliaccio per
meravigliare e stupire la gente, ma queste esibizioni in realtà
sputtanano le discipline orientali, facendo credere alla gente
che praticando in questa o in quest'altra palestra, anche
loro un giorno saranno in grado di eseguire la loro serie
pubblica di coglionate.
Queste cose offendono gravemente il praticante serio, che
si vede assimilato a questi buffoni; il ricercatore onesto
deve stare alla larga da queste cose e rifiutarsi di fare
esibizioni del genere. Egli deve lavorare assiduamente, senza
sosta, per affilare la sua mente e rafforzare il suo corpo.
La sua battaglia si svolge dentro, non fuori; di essa nessuno
potrà mai vedere traccia. Se c'è una cosa fastidiosa
ed esilarante nello stesso tempo, è vedere i monaci
di Shaolin, con il loro seguito di ammiratori, prodigarsi
pubblicamente di continuo in esibizioni di "Forza Interna",
da canto mio, quando ne sento il bisogno, me lo risolvo con
uno spettacolo di Silvan, tutto sommato anche più interessante.
Il guaio, la malafede, sta nel cercare di convincere gli spettatori
che, quello che stanno vedendo è realtà anzichè
un trucco da baraccone, insultando così anche l'intelligenza
di chi guarda, almeno il buon Silvan è onesto, egli
non si è mai spacciato per un vero mago, ha sempre
ammesso di essere solo un abile prestigiatore.
Diffidate di questo tipo di marzialisti, quando li incontrate,
e se vi "rompono" con le loro balle spaziali circa
l'energia interna, la forza vitale, il Ch'i ecc... dite loro
che c'è ancora Massimo Polidoro del Comitato per lo
studio dei fenomeni paranormali, che ha messo in palio qualche
miliardo per chi sarà in grado di dare una prova reale
di queste cose in un laboratorio scientifico. Diversamente,
dite a loro di venire da me, potrò far vedere loro
che anch'io so fare molte cose che fanno loro, senza spacciarle
per poteri paranormali.
Io credo nell'esistenza del Prana, o come lo chiamano i Thai,
Phalang Chit, ma chi ne ha appreso davvero i segreti, non
nè da esibizione per essere applaudito, anzi, si guarda
bene dal farlo vedere.
Nelle Competizioni Mondiali di Krabi Krabong, tutti in un
certo senso, possono assistere all'applicazione di energie
e stati di coscienza alterati, all'esecuzione di cose straordinarie,
ma il fatto è puramente accidentale: per combattere
e vincere, devi essere in grado di manipolare queste proprietà
della mente, diversamente troverai ad attenderti l'autoambulanza,
per una corsa senza soste all'ospedale.
Per un guerriero dunque, la conoscenza di certe cose è
strumentale, necessaria per aumentare le possibilità
di vittoria, di uscirne vivo, e non sono affatto il fine,
lo scopo della sua pratica, sarebbe semplicemente un controsenso.
A questo punto andare a puttane potrebbe veramente essere
la cosa più intelligente da farsi; ma ve lo immaginate,
il povero idiota che si allena senza sosta, spendendo anni
della sua breve vita, per poter arrivare un giorno finalmente
a farsi tirare calci nei coglioni senza sentire male, o per
finalmente poter trainare un aratro con il "pistolino",
farsi rompere piastrelle sulla testa, appendersi per il collo
ad una corda, rompere bottiglie, schiaffeggiare l'acqua, infilare
le dita nella sabbia prima e nel naso poi, suonare il gong
prendendolo a testate e in mancanza di quello colpire un pino
nel vano tentativo di abbatterlo e compiere tutta un'altra
variegata serie di menate del genere?
Ebbene si, lo fanno i soliti Monaci di Shaolin nelle loro
esibizioni, e lo fanno in buona fede, fingendo di non sapere
che chi guarda sta rischiando un infarto per le risate e non
può che farsi una pessima opinione di loro. Essi sembrano
crederci davvero, come attori sono meravigliosi, mai nessuno
di loro che ad un certo punto non resiste più e scoppia
a ridere durante l'esibizione, questo si davvero incredibile!
Se non ci credete, io ne ho le prove; posso farvi vedere le
videocassette che mi hanno regalato e farvene anche una copia
se volete. Chiunque soffra di depressione alla fine avrà
la possibilità di risollevarsi, farsi un sacco di risate,
riprendersi, sentirsi subito meglio, dopo aver visto che ci
sono persone in condizioni peggiori delle sue.
Ci sono anche i perfezionisti che si allenano come dei pazzi
con la spada, in genere la sciabola giapponese, per poi tagliare
la mela oppure l'ananas, sulla testa dell'allievo sfigato
di turno. Dal un punto di vista di uno che non se ne intende,
sembrerebbe una grandissima prova di abilità e precisione,
ma da un punto di vista strettamente marziale, come quello
che adottiamo noi, è un perfetto fallimento. Infatti
la spada è fatta per uccidere, per trafiggere l'avversario,
non per tagliare frutta varia sulla testa di qualcuno; ossia,
in combattimento, saper controllare un colpo con precisione,
è un difetto, non un pregio. Quando si "tira"
ad arma bianca, si deve tirare per uccidere, il controllo
non è utile ma dannoso, l'avversario sicuramente non
ci restituirà la gentilezza. Qualcuno può affermare
che, se necessario, anche l'esibizionista può affondare
i colpi, ma non è così semplice poichè
entra in gioco un fattore psicologico, chiamato: "Riflesso
condizionato".
Quando una persona ha speso mesi o anni per colpire con controllo,
nel suo cervello, si è impressa la misura automatica
del colpo e questo principio, naturalmente vale anche per
chi pratica il combattimento a mani nude con il controllo
della potenza.
Quando tu desideri andare giù duro è il corpo
a tradirti, a fregarti, esso conosce le distanze e il peso
da proiettare su di esse, in automatico.
E' questa una delle ragioni per le quali, nel Krabi Krabong
tutte le tecniche, che siano con le armi o a mani nude, vengono
portate sempre alla massima e devastante potenza; da noi il
"gioco" di abilità o di "prestigio",
avviene quando si riporta la pelle a casa tutta intera e si
spedisce l'altro a visitare l'ospedale.
Come potete osservare, i principi e la mentalità addottati
in questa disciplina differiscono sostanzialmente con quelli
presenti in altre specialità, sopratutto rispetto alle
"fioriture formaiole" cinesi e alle filosofie, oggi
buoniste e moraleggianti dei praticanti di discipline giapponesi.
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