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Approfondimenti
SECONDO VIAGGIO IN THAILANDIA
Il
maestro Zadra viene chiamato a d insegnare in una scuola elementare
Thailandese
Al mio ritorno in Italia, era seguito un periodo di sbandamento
marziale. Dovete capire infatti che io insegnavo Kung Fu da
circa dieci anni e oramai avevo allievi "anziani"
che come me erano convintissimi della superiorità assoluta
di questa disciplina da un punto di vista tecnico sulle altre.
A questa deformazione mentale avevo contribuito anch'io e ora,
mea culpas, mi si rivolgeva contro, della serie : "chi
la fa l'aspetti!"
Quando a testa bassa mi ripresentai in Palestra per la mia consueta
lezione, tutti gli allievi, curiosi mi chiesero come era andato
il mio viaggio. Io naturalmente ero entusiastissimo ed eccitato
da tutto ciò che avevo scoperto, ma ora sarebbe venuta
la parte più dura; convincerli che il loro maestro si
era sbagliato, spiegare loro i motivi di questo errore e convincerli
a cambiare strada e a seguirmi anche nella scelta di promuovere
la pratica del Krabi Krabong e del Mae Mai Muay Thai al posto
del Kung Fu. Io e Marco ci impegnammo a fondo in questo nobile
scopo, tuttavia la palestra affondò miseramente. All'epoca
contavo circa una quarantina di persone, ebbene li persi quasi
tutti, con un grave danno anche economico oltrechè morale.
Cercai di dividere il gruppetto piccolissimo di coloro che volevano
provare la nuova disciplina da quello molto più grande
che invece si ostinava per il Kung Fu, ma il gioco faticava
a reggere.
Ognuno si confrontava con quelli dell'altro gruppo e quando
più tardi iniziai a farli combattere tra di loro, per
dimostrare le differenze di preparazione, fu un disastro. Quelli
che praticavano Krabi Krabong vincevano sempre, gli altri si
sentivano umiliati e sconfitti, tuttavia non cedevano, la loro
fede negli stili cinesi era assoluta, ma la verità è
la verità, nessuno la poteva cambiare e ogni combattimento
immancabilmente si concludeva a favore dei primi.
Così mi abbandonarono ed andarono a praticare in altre
scuole di Kung Fu o Wu Shu moderno, dove non avevano da temere
alcun tipo di confronto e potevano continuare a cullarsi nella
loro misera speranza di essere bravi.
Nel 1993 con Marco organizzammo il viaggio dalla Thailandia
di un gruppo di Maestri: il Maestro Thonglor, il Maestro Manoon
suo fratello con il figlio Maestro Sommanat.
Le lezioni in palestra furono bellissime, assistemmo anche ad
un duello furioso con le spade tra il vecchio padre ed il più
giovane figlio, che ci lasciò sconvolti per la violenza
e la forza con la quale cercavano di colpirsi, alla fine il
vecchio padre parò un colpo di sciabola del figlio afferrando
una sedia che occasionalmente gli era finita sotto mano ed alzandola
in ricezione e, mentre il colpo si abbatteva, caricò
la sua spada e la scagliò sul collo del figlio centrandolo
in pieno.
Purtroppo il mio timore, tutt'altro che infondato, era che queste
esibizioni, più che conquistare nuovi allievi, mi facessero
scappare quelli che già venivano. Come avrebbe poi confermato
mia moglie: gli italiani sono delicati, vogliono imparare a
combattere senza farsi male, senza stancarsi e men che meno
rischiare la pelle. Non sono adatti a praticare arti marziali
come si deve, sul serio, con loro puoi solamente "giocare"
a fare qualcosa di vagamente marziale, le pochissime eccezioni
che hai, non fanno altro che confermarti questa regola e cioè
che di norma è così.
Il dado era tratto, e non sarei più tornato indietro
sui miei passi, non avrei più potuto, ero cambiato, ora
ero un'altra persona, molto più modesta, umile e disponibile
ad apprendere da chiunque avesse da insegnarmi qualcosa di utile.
Il mio Maestro invitò, prima di fare ritorno al suo paese,
me e Marco ad andare a fare i Campionati Mondiali di Krabi Krabong
che si sarebbero tenuti a Bangkok in Marzo dell'anno successivo.
All'inizio eravamo un po' perplessi, noi avevamo già
visto quale livello incredibile di preparazione possedevano
i Thai, e misurarci con loro ci sembrava oltre le nostre possibilità,
tuttavia accettammo.
Iniziammo ad allenarci tra di noi come dei pazzi scatenati,
mentre nella scuola le lezioni si succedevano con il solito
ritmo che, tuttavia era di gran lunga più impegnativo
rispetto a quando insegnavo Kung Fu. Alla fine, a praticare
gli stili cinesi, rimasero solamente tre allievi: Gioacchino
Vasina , Carlo Tozzi e Luigi Andolfato. Quest'ultimo nel 1994,
mentre io combattevo in Thailandia vinse i campionati italiani
di Kung Fu nelle categorie: "Forma a mani nude" e
"Forma con Armi", a dimostrazione dell'altissima qualità
dell'insegnamento ricevuto nelle arti cinesi nella mia scuola.
In quel periodo io vivevo da solo in un appartamento in città,
a Vicenza, zona S.Giorgio, e stavo assieme ad una ragazza che
chiamerò "Betta", con la quale in pratica si
era stabilita una certa forma di convivenza.
"Betta" era la classica brava ragazza, io invece il
classico mascalzone; mascalzone non nel senso che la tradissi
con altre ragazze, no assolutamente, non ce n'era il bisogno,
lei era bellissima, non aveva rivali da temere; mascalzone perché
il tempo che dedicavo al mio addestramento in vista delle gare
sacrificava il nostro rapporto di coppia, che già scricchiolava
per altri motivi.
Le differenze di carattere ed indole tra di noi fecero il resto,
così fu che la sera prima della partenza per l'ex Siam,
mi fece la "prova di cuore", una di quelle prove che
le ragazze furbe dovrebbero evitare sempre. Mi disse infatti
che dovevo scegliere: o lei oppure il mio viaggio in Thailandia
per le gare. Ma come avrei potuto rinunciare, già tenevo
il biglietto in tasca e lo zaino pronto, tutti i miei maestri
laggiù mi aspettavano.
Come si può mettere in competizione un amore di cinque
anni con un amore di trenta? La risposta naturalmente non poteva
che essere una sola, così la sera prima di partire, chiudemmo
anche la nostra "partita" a due. Il mio stato d'animo
naturalmente non era dei migliori, una certa forma di depressione
incombeva come nuvolosi neri nella mia testa e nel mio cuore,
ma il tempo per pensarci troppo non c'era: le gare incombevano
minacciose e per la mia salute stavolta.
Ad accogliermi all'aeroporto di Don Muang c'era la Maestra Wongwisut,
quella che sarebbe poi diventata mia moglie, ma all'epoca non
c'era assolutamente nulla tra di noi, eravamo semplicissimi
amici. La Maestra, laureata in scienze medico-infermieristiche,
era specializzata in ortopedia e dirigeva questo reparto presso
l'ospedale civile più grande della nazione: il Siriraj
Hospital, ed era anche una grande appassionata di arti marziali
thailandesi, che praticava nel suo tempo libero. Per molti anni
si era dedicata allo studio del Thai Youth, uno stile creato
dal maestro Payuth nel quale convergevano tecniche di Krabi
Krabong assieme ai principi di "forme" presi dal Karate,
con proiezioni del Judo, diventandone un autentica esperta.
Conservo ancora una videocassetta registrata da un servizio
fatto dalla televisione nazionale thailandese nel quale compare
un intervista sul Thai Youth rilasciata dalla maestra, in qualità
di esperta. Insomma uno stile spurio che, per quanto il suo
fondatore abbia cercato di farlo approvare dal Comitato Nazionale
per la Cultura, non ottenne mai la certificazione di Arte Thailandese.
Quando poi seppe che il Maestro Payuth era stato per anni allievo
della mitica Scuola Sritrairat, lasciò quella specialità
per andare a studiare direttamente alla fonte l'autentica ed
antica "Arte Mortale". La Maestra Wongwisut studiò
a lungo anche il Tae Kwon Do, ma come mi disse, al solo scopo
di rendere più "elastici" i suoi calci. Per
molti anni ha praticato il Massaggio tradizionale Nuat Paen
Boran, presso la Scuola Superiore di Massaggio del Tempio del
Buddha Reclinato Wat Poh e, da buddista, partecipava spesso
a corsi e seminari di meditazione con i più grandi monaci
esperti nel settore. Nel poco tempo libero lei stessa teneva
corsi di meditazione, che venivano organizzati da una Fondazione
culturale patrocinata dall'ospedale Siriraj. Dopo avermi accolto
con il consueto inchino a mani giunte (Wai), chiamò un
Taxi-Meter che ci portò a casa del mio Maestro. Dopo
i convenevoli affettuosi festeggiamenti lui mi offrì
di fermarmi a dormire nella sua casa, per tutto il mio periodo
di soggiorno in Thailandia. "Questa è l'unica maniera
per poterti preparare adeguatamente ai Campionati di Krabi Krabong:
mangerai, ti allenerai e dormirai qui da me, sarai il mio ospite,
per me come un figlio e come ho addestrato mio figlio addestrerò
te".
Per me ricominciarono giorni di fuoco con i soliti allenamenti
terrificanti ai quali non ci si abitua mai, la Maestra Wongwisut,
gentilmente favoriva le comunicazioni fungendo da interprete,
soprattutto quando in gioco entrava il Maestro Virat "il
Terribile".
Marco Bettini arrivò una settimana più tardi,
quando io oramai ero allo stremo e ricevette anche lui il suo
"battesimo" di fuoco. Marco giunse il pomeriggio,
stanco dal lunghissimo volo, con i soliti problemi di sonno
e stanchezza dovuti al Jet Lag, al cambio del fuso orario e
desiderava solamente andare a riposarsi un pochino.
Arrivò intorno alle 18.00 a casa del mio Maestro, alle
19.00 a casa del fratello del mio mentore, il Maestro Manoon,
già impugnava le doppie sciabole in acciaio affilato
e combatteva con me per preparare una dimostrazione da tenersi
l'indomani mattina per l'apertura dei Campionati Mondiali di
Krabi Krabong, alla presenza di tutte le più famose autorità
della nazione.
Come si suole dire: "conciato per le feste!", appunto.
Il giorno dopo, emozionati e preoccupatissimi per la scarsa
preparazione, cercammo di fare del nostro meglio, riuscendo
a strappare un scrosciante e sincero applauso da parte di tutti
gli spettatori. Terminata la nostra esibizione ci rilassammo
a guardare splendide ballerine esibirsi in danze tradizionali
thai. Il Presidente della Thai Sport Association, ente governativo
incaricato della promozione di varie discipline tra le quali
anche il Krabi Krabong, venne personalmente a farci le sue congratulazioni,
affermando che il nostro livello di abilità era già
superiore a quello di tantissimi esperti e che eravamo stati
autenticamente fortunati a poter ricevere l'insegnamento da
un maestro di rara levatura quale Khru Thonglor Trairat. Il
giorno dopo il nostro Maestro ci disse che eravamo stati invitati
dal preside di una scuola elementare, a tenere una lezione di
Krabi Krabong ai bambini, al posto della loro maestra. Come
diplomati presso la Thai Sport Association e quindi ufficialmente
a livello governativo per conto del Ministero per l'Educazione,
io e Marco eravamo legittimati a presentarci come maestri della
specialità. Naturalmente accettammo, anche perché
eravamo curiosi di vedere come erano organizzate le scuole pubbliche
laggiù. Quando arrivammo, accompagnati dalla Maestra
Wongwisut, trovammo un casino simile a quello che si può
vedere in Italia. Era ricreazione, tutti i bambini giocavano
in cortile nei modi più chiassosi e svariati possibile:
chi con il pallone, chi a rincorrersi ecc…Dissi a Marco
che non sarebbe stato facile richiamare la loro attenzione ma…..ecco
suonare la campanella, i bambini si fermano. La Maestra Wongwisut
mi invita a battere con forza le mani due volte. Io lo faccio
ed ecco, come per incanto la magia. Tutti i bimbi, età
compresa tra i 6 e i 10 anni, lasciano le loro occupazioni,
corrono veloci si allineano per classe, per età, prendono
le distanze con le braccia dai compagni ai lati e di fronte,
si schierano sull'attenti ed iniziano a numerarsi ad alta voce
presentandosi, poi si fermano sull'attenti come dei piccoli
militari attendendo in silenzio. La loro maestra, una giovanissima
ragazza dà loro un altro ordine e subito due di loro
lasciano il posto, spariscono su per le scale per ripresentarsi
poco dopo con un cesto pieno di piccole sciabole Krabi, costruite
con le loro mani. Poi, lasciato il cesto si rimettono in fila
e, ad un secondo ordine uno alla volta, camminando al passo
esce e si prende la propria arma, ritornando subito al suo posto.
Giuro che se non avessi visto con i miei occhi una cosa del
genere, non ci avrei mai creduto. Io e Marco ci scambiammo un
occhiata allibita; Marco disse: "Perfetto ! Proprio come
in Italia no?!?" I bambini obbedienti e silenziosi seguirono
con interesse la nostra lezione, dimostrando di essere velocissimi
nel apprendere. Al termine dell'allenamento, la maestra mi disse
di battere altre due volte la mano e, quando eseguii l'ordine,
tutti i bambini ruppero le linee e tornarono a giocare. Alcuni
di loro con le loro miserissime paghette andarono a comperare
da dei venditori ambulanti due pacchettini contenenti Coca Cola
e ce le offrirono. Sia io che Marco rimanemmo colpiti dal gesto,
questa gente meritava davvero tutto il nostro rispetto.
Ah! Ma che bravi che eravamo noi! I giorni successivi il nostro
Maestro si dedicò completamente a noi e, non pago ci
affiancò una squadra di altri rinomati maestri suoi allievi,
quali il Maestro Virat, il Maestro Wa Hoen, il Maestro Anek,
tutti impegnatissimi a farci uscire di testa con allenamenti
che sembravano allucinazioni o meglio incubi paurosi.
Mentre gli altri insegnanti venivano periodicamente colti da
rare manifestazioni di pietà nei nostri confronti, Virat
ci fece sputare sangue. Virat non gridava. Gli occhi simili
a due tizzoni di fuoco, sorriso sulle labbra, colpiva a destra
e a manca come un pazzo. Nonostante la sua taglia, era veloce
come un gatto, e non rimaneva fermo un istante offrendo un bersaglio
mobile. Gran parte degli attacchi che io o Marco gli portavamo
andavano a vuoto e, quando Virat colpiva, il suo equilibrio
era perfetto, e i suoi colpi cadevano su di noi con furia devastatrice.
Quando ci attaccava con le doppie spade, Dab Song Mue, raggiungeva
delle velocità così vertiginose che nessuno al
mondo sarebbe riuscito a fermarlo, così a turno, talvolta
io, talvolta Marco, eravamo costretti a mollare per terra le
spade e scappare via veloci per non farci raggiungere dai colpi
che senza dubbio ci avrebbero spedito all'ospedale se non peggio.
Il Maestro Thonglor guardava divertito l'abilità dimostrata
dal "mostro" di bravura che aveva generato con anni
di addestramento spietato.
La Maestra Pimchanok Wongwisut, imperterrita traduceva e correggeva
con gli altri insegnanti, gli errori che commettevamo. Cominciò
a succedere così che, oltre ai colpi ordinari ricevuti,
nel tentativo di pararne alcuni violentissimi portati dal Maestro
Virat, ci fosse strappata l'arma di mano. Ogni volta che venivamo
disarmati, partivano sequele di rimproveri e parolacce che fortunatamente
non capivamo, ma erano chiarissime. Ad un certo punto mi avvicinai
a lui come un povero inetto e mostrai le mie mani completamente
rovinate dalle vesciche e dai calli che, oramai strarotti, pisciavano
sangue copiosamente, rendendo l'impugnatura della spada viscida
e pertanto insicura. Anche Marco mostrò le sue mani,
non erano messe meglio delle mie; ogni mano poteva contare almeno
sei o sette vesciche aperte. Il dolore era il meno, eravamo
così intensamente concentrati in quello che stavamo facendo
che non ci saremmo accorti nemmeno se fosse caduto un aereo
sulla casa del maestro. Ajarn Virat ci squadrò sprezzante,
con aria schifata prese una delle mie mani e la osservò.
"Ecco testone, vedi ora perché non riusciamo più
a trattenere le spade quando colpisci ?" - dissi io. Quello
non mi degnò nemmeno di una risposta, mi strattonò
la mano verso il suolo e la fece strisciare quattro o cinque
volte sul terriccio, così che le ferite si riempissero
di sporco e polvere. La sua teoria del tutto personale diceva
che il terriccio, assorbendo il sangue avrebbe reso meno sdrucciolevole
l'impugnatura delle spade. Io e Marco rimanemmo attoniti, poi
io ripetei l'azione con l'altra mano mentre anche Marco si affrettava
a compiere la stessa procedura. Poi, riprese in mano le spade,
le fissò con la fascia cintura che tutti i Thai usano
e che si chiama Pakomah, rendendole solidali con l'arma. Ora,
anche aprendo le mani, le sciabole non sarebbero potute cadere
lo stesso. Sghignazzò, tutto felice per la sua trovata
geniale e il massacro ricominciò peggio di prima.
Al temine della serata, la Maestra Wongwisut mi si avvicinò
con un espressione schifata in faccia e mi disse: "Non
farti vedere più a lamentarti così, non è
degno di un combattente!". Diede anche un occhiataccia
a Marco e ci lavò e curò le ferite aperte sulle
mani. Uno dei giorni successivi fui invitato dalla maestra per
una colazione in casa sua. Nel corso di precedenti conversazioni
gli avevo detto che adoravo il caffelatte, ma certamente non
mi aspettavo di vedermelo servito in una vaschetta dell'insalata
a casa sua. Mentre in contemplazione osservavo tanto ben di
Dio, un magrissimo gatto salì rapido sul basso tavolino
e, felice più di me, iniziò a leccarsi il latte
dalla tazzona. La maestra assieme alla sua anziana madre osservavano
indifferenti alla scena, come se tutto ciò fosse la norma.
Io con uno splendido sorriso mi avvicinai al gatto come volessi
accarezzarlo e poi gli pizzicai con tutta la forza che avevo
la sua coda. Il gatto aprì gli occhi all'improvviso e
schizzò via emettendo un rantolo di dolore immondo. Cosa
potevo fare ora? In Italia avrei gettato via il tutto, ma qui
in Thailandia non potevo, ai loro occhi poteva essere considerato
un gesto offensivo. Così, facendo finta di niente, mi
versai lo zucchero ed il caffè solubile, mescolandoli
con il cucchiaio di porcellana. La maestra comparve silenziosamente
alle mie spalle e mi disse. "Nel tuo paese c'è il
pane da mettere dentro, ma da noi il pane non si usa, al suo
posto usiamo il riso…" Nemmeno il tempo di reagire
che: SPLAFF!!! Mi versò dentro mezzo chilo di riso bollito.
Ora sembrava davvero tutto perfetto: madre e figlia sorridenti
e convinte di avermi fatto felice, mi osservano curiose da un
angolo; io con un sorriso tra il cretino, l'ebete e l'idiota,
per non sembrare offensivo mi appresto a ingurgitare quel zuppone
da maiali. Nel mangiarlo cercai di concentrarmi solamente sull'ironia
della sorte che mi aveva posto in quella situazione. Mai accettare
inviti in case thai per mangiare cibi tipici del tuo paese,
siete stati avvisati. Nei giorni seguenti arrivarono dall'Italia
altri due miei allievi: Vasina Gioacchino detto "Chino
El Bafo" e Roberto Baschieri detto "sumotori";
non vennero per partecipare alle gare, ma semmai per farci da
sostegno morale e, suppongo, qualche risata alle nostre spalle.
E giunse il giorno della nostra gara, Marco duellò con
la sciabola singola Krabi contro una serie di avversari, sbaragliandoli
tutti per poi perdere con l'ultimo, tuttavia conquistò
una medaglia d'argento il che non è cosa da poco. A me
invece accadde qualcosa di simile ma con le doppie spade Dab
Song Mue. Dopo aver sconfitto vari avversari, giunse infine
il mio "San Fermo". Un allievo del mio maestro che
però combatteva in nome dell'Università di Kassesart.
Io naturalmente non lo sapevo che anche lui proveniva dalla
mia stessa scuola, così lo osservavo mentre si dirigeva
verso di me, con la tranquilla vigilanza del lupo. Rimasi sorpreso
e mi si rizzarono i capelli in testa, quando vidi che le sue
tecniche e le sue strategie erano uguali alle mie, quando colpì,
lo fece con l'improvvisa devastazione di un fulmine, in pieno,
nel centro della pedana eretta per il duello. Manovrava la spada
con potenza ed efficacia, combattendo con ferocia e fredda determinazione.
Una volta lo centravo io e un secondo dopo mi colpiva lui, la
gente sembrava stordita dal rumore della lotta; aveva un impressione
meravigliata di un caos roteante nel quale le lame balenavano
e colpivano, braccia si agitavano, volti ringhianti apparivano
e scomparivano, corpi tesi si scontravano, rimbalzavano e scattavano
rapidi nuovamente, come in una danza demoniaca di follia. E
come una tigre balza e colpisce la preda, così balzai
e colpii. Per tre volte la mia sciabola lampeggiò prima
che riorganizzasse una difesa efficace, poi rintuzzò
gli attacchi con maggiore ardore e ferocia, mentre io, rapido
balzavo via per scansare i suoi colpi. Così di questo
passo arrivammo al 4 a 4. La vittoria era del primo che arrivava
a segnare cinque punti. Ultimo round, arrivò come un
lampo a ciel sereno e mi fulminò; con un azione rapida
che mi colse assolutamente impreparato segnò il quinto
punto e si aggiudicò la vittoria.
Io non ci rimasi troppo male, infine anche arrivare secondo
ai Campionati Mondiali di Krabi Krabong in Thailandia, avendo
sconfitto moltissimi combattenti più abili e più
giovani di me, rimaneva comunque un evento eccezionale.
Al termine della gara fui intervistato da una giornalista per
un quotidiano Thailandese e così io e Marco finimmo anche
in prima pagina. Per un bel po' si parlò in tutto il
paese dei due "farang" venuti dall'Italia che avevano
umiliato i Thai in una specialità nella quale non avrebbe
dovuto nemmeno esserci confronto.
Il nipote del Maestro Thonglor, il Maestro Sommanat, nei giorni
che seguirono ci portò in auto fino a Hua Yin, una località
di mare non troppo speciale a dire il vero, ma rilassante. Visitammo
un isola dove c'era, in una grotta immensa, un tempio fatto
costruire da un re del passato che usava come dimora per praticare
in isolamento la meditazione. Il posto era bellissimo e la suggestione
dello scenario immerso in una fitta giungla tropicale, mi rimandava
ancora una volta ai romanzi giovanili Salgariani con le avventure
di Sandokan. Alloggiammo al: "Grand Hotel", ospiti
di Sommanat. Quando al terzo giorno gli presentarono il conto,
lo vedemmo visibilmente sbiancare in volto anzi, il suo viso
cominciava a mummificarsi in un espressione stupita e sconvolta.
Ci offrimmo di partecipare alla spesa, ma non accettò,
andava contro la tradizionale ospitalità thai, gli avremmo
fatto perdere la faccia, con un gesto simile; così saldò,
nonostante il nostro divertito disappunto, l'amaro conto che
gli era stato presentato.
Tornammo a Bangkok giusto in tempo per andare con il Maestro
Thonglor a trovare dei parenti nel nord, a Chang Mai. Fu organizzato
un pulmino di quelli piccoli, da sette - otto posti e poi via!
Il viaggio fu interminabile, ottocento chilometri stipati fino
all'inverosimile e con l'aria condizionata che non bastava a
refrigerare sufficientemente l'ambiente. A Chang Mai visitammo
un allevamento di elefanti e andammo alle terme.
Con il caldo pazzesco che c'era, io, la maestra Wongwisut e
"Chino" declinammo gentilmente l'invito a farci un
bagno a 80°C, il temerario Marco e l'incosciente Roberto
invece tentarono la sorte, uscendo ridotti al lumicino.
Il luogo dove vivevano i parenti del Maestro Thonglor, sembrava
un piccolo reame. Vivevano in una casa immersa in un curatissimo
giardino attraversato da un torrente, le dimensioni della loro
proprietà erano mastodontiche, disponevano in quest'area
curatissima di altre tre case bellissime in stile tradizionale,
realizzate in legno di Teak, nelle quali ci fecero alloggiare.
La servitù era numerosa e disponibile nel servirci cibi
esotici buonissimi, fatti di "roba" della quale preferisco
ignorare la composizione.
Ci portarono a visitare il Wat Doi Southep, bellissima pagoda
posta sulla cima di una montagna di circa mille metri d'altezza
dove ricevemmo una speciale benedizione da un bonzo che conosceva
personalmente il mio mentore.
Usciti dal tempio ci inoltrammo nella giungla fino a giungere
in un disperso villaggio della tribù dei Mon dove pensavo,
povero ingenuo, di trovare gente che viveva in modo tradizionale;
fummo invece accolti da un gigantesco striscione pubblicitario
della Coca Cola e il villaggio era composto da una interminabile
serie di banchetti dove, il solito turista fesso, poteva acquistare
imitazioni di tutto provenienti dalla vicina Birmania.
Infastidito e nauseato, mi sentii sollevato solamente quando
ripartimmo per ritornare in seno alla "civiltà",
almeno lì tutto era chiaro, non c'erano curiosità
antropologiche da soddisfare.
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