Scuola Taran Devak

Approfondimenti
TARAN DEVAK REVOLUTION
Vademecum
CHE COS’E’ L’ARTE DEL TARAN DEVAK
Dal celtico "Lampo Divino" o "chiarezza improvvisa che viene dall'alto", Taran Devak non è solamente il nome di una Scuola di Krabi Krabong.... è una ricerca tecnica approfondita che spazia dalle tecniche di lotta a terra alle percussioni in piedi, dallo studio di tutte le armi bianche alla comprensione e superamento dei propri limiti fisici e mentali. Ciò si ottiene attraverso il perfezionamento del gesto atletico che deve rispettare geometrie e le proporzioni della Sezione Aurea ed è considerato sempre esatta rappresentazione di un equivalente stato mentale/spirituale. In tal senso la disciplina diviene anche percorso iniziatico spirituale e Yoga marziale. In questa ricerca vengono utilizzati schemi di riconoscimento delle inclinazioni e caratteristiche personali di ogni allievo, basati sui 4 elementi (Terra, Aria, Acqua, Fuoco). Il nome in Thai pertanto sarebbe Samnakdab Sinchatùrathat . L'Arte Marziale, in questo contesto di ricerca, viene intesa non solamente come semplice veicolo/contenitore di tecniche per difendersi od offendere un potenziale aggressore, ma anche e soprattutto concepita quale strumento virtuoso di ricerca e perfezionamento interiori. Senza queste premesse mi parrebbe venir meno l'eticità stessa di divulgare una disciplina così strutturata e potenzialmente distruttiva. L'Arte Marziale deve rimanere un contenitore elastico, un crogiuolo di esperienze diverse, condivise, in cui ognuno possa riconoscersi e coltivare le proprie specificità attraverso un continuo scambio di saperi con gli altri. Per queste caratteristiche la scuola Taran Devak è idonea a soddisfare le esigenze di ogni persona a 360°, spazia infatti da una tecnica brutalmente efficace e rapida, adatta a situazioni, operazioni da commandos, sopravvivenza, forze speciali e operatori della sicurezza, alla difesa/offesa personale da strada. Spazia dalle tecniche di acrobatica marziale, alle millenarie Danze Meditative dei guerrieri-sciamani, eseguite lentamente, in armonia e silenzio. Esplora i reami della Meditazione Vipassanà e del Massaggio tradizionale Nuat, per condurre attaverso un percorso iniziatico di ricerca, alla scoperta del sè e dei nostri potenziali interiori.

Taran Devak:
Fortifica il tuo corpo.
Affila la tua mente.
Disciplina le tue emozioni


CHE COS’E’ L’ I.K.K.A. ?

L’ IKKAè una sigla che sta per: International Krabi Krabong Association, è un'associazione che ha come scopo la diffusione della cultura e di tre discipline tradizionali tailandesi; esse sono:
1- le arti marziali tradizionali quali il "Krabi Krabong" Scuola Taran Devak, che significa letteralmente Duello con armi corte e lunghe, e la sua parte a mani nude denominata "Mae Mai Muay Thai", che utilizza solo le armi naturali del del corpo;
2- il massaggio "Nuat Paen Boran", una sorta di Shiatsu tailandese;
3- la Meditazione Vipassanà legata alla corrente Buddista Theravada.

Il Krabi Krabong è rimasto una disciplina di basso profilo anche nel suo paese di origine, rispetto alla moderna Boxe Tailandese. Le cause che ne hanno limitato la diffusione rispetto alle altre arti marziali sono la pericolosità e la durezza degli allenamenti che scoraggia la maggior parte di praticanti marziali. Le forze speciali thailandesi inoltre non gradiscono la diffusione ad un pubblico troppo vasto di una specialità considerata fin troppo efficace ed importante per la loro preparazione..


IN BREVE:
CHE COS’E’ IL KRABI KRABONG
E’ una disciplina Thailandese che, a causa della sua segretezza è sempre rimasta sconosciuta al grande pubblico dei praticanti di arti marziali. E’ caratterizzata da attacchi esplosivi di altissimo potere distruttivo, tesi ad infliggere all’avversario il maggior danno possibile nel minor tempo, portando così ogni combattimento ad una rapida fine brutale. Molti studiosi di arti marziali ritengono il Krabi Krabong la disciplina più letale che la mente umana abbia mai potuto concepire. Questa disciplina è rimasta fino ad oggi retaggio esclusivo del popolo Thailandese… Esso se ne servì per respingere vittoriosamente gli attacchi continui dei popoli confinanti. Fu così che ebbe inizio la leggendaria fama di imbattibilità che tutt’ora avvolge i praticanti di Krabi Krabong . La Boxe Thailandese (Muay Thai) deriva dall’arte “madre” Krabi Krabong e si è trasformata in sport, mitigando in parte la crudeltà originaria; malgrado tutto essa rimane ancora una specialità durissima. Oggi i praticanti di Thai Boxing stanno letteralmente trionfando sui ring di tutto il mondo misurandosi, sempre vittoriosi, contro i migliori campioni delle altre arti marziali. Noi divulghiamo ancora lo stile antico (Mae Mai Muay Thai), che è parte integrante della disciplina e non ancora trasformato in sport. Esso insegna come usare ogni parte del corpo quale arma mortale di percussione totale. Utilizziamo quindi anche leve,proiezioni, immobilizzazioni, strangolamenti e colpi sferrati sui punti vitali. Rimangono micidiali i colpi e le parate portati violentemente con i gomiti e le ginocchia. Si contempla inoltre lo studio delle antiche armi bianche guerriere quali coltelli, sciabole, spade, bastoni ecc. Il contesto rimane sempre estremamente realistico, incentrato sulla concretezza e la massima efficacia nel combattimento e la difesa personale. Il Ram-Awut è l’equivalente Thailandese del Taij Quan (conosciuto anche come Tai Ch’i Chuan) ed è parte integrante del Krabi Krabong. Consiste in movimenti lenti eseguiti coordinando mente, respiro, corpo, mantra e ritmati da musiche tradizionali Thai. Si studiano inoltre le tecniche di respirazione ( per lo sviluppo della forza interiore e dei poteri psichici (Kam LangPai Nai). Queste ultime pratiche conferiscono non solo sicurezza e determinazione, ma anche serenità al praticante. Realizzano inoltre una profonda integrazione tra mente e corpo e pongono l’individuo in un rapporto armonico con l’universo. Il Krabi Krabong per la sua completezza e per i suoi alti contenuti educativi, morali e spirituali è consigliato a tutti, soprattutto donne e bambini come miglior mezzo di difesa/offesa personale.


LA TECNICA ARMATA

La partita d'armi è sempre preceduta, come nel pugilato Thai, da delle danze sacre Ram Awut di rito, delle quali ricorderò qui, per ordine, solo i passaggi più importanti. I due contendenti si inginocchiano alle due estremità del tappeto, congiungono le palme delle mani in segno di vicendevole rispettoso saluto, poi alzano le mani giunte sopra il capo e, rovesciandosi un po’ all'indietro volgono lo sguardo all'insù, quindi sempre con le mani giunte, si fanno tre vicendevoli profondi inchini: sono dedicati al Buddha, al Dharma e al Sangka (l'ordine di tutti i monaci, maestri e guerrieri che ci hanno preceduto). Dopo questa forma di omaggio agli Dei, si inizia con l'esecuzione del Phrom Si Nah, la Danza in onore di Bhrama, nella quale la medesima sequenza di movimenti viene ripetuta identica sui quattro lati. Se qualcuno ci fa caso, Bhrama è sempre rappresentato come una statua con quattro facce, a simboleggiare il dominio su tutto l'universo, i quattro elementi esoterici: l'acqua, l'aria, il fuoco e la terra e i quattro punti cardinali: Nord, Sud, Est e Ovest. Indipendentemente dalla scuola di provenienza, chiunque si prepari ad un incontro di Krabi Krabong, inizierà nello stesso modo; le danze potranno differire, ma la ripetizione sui quattro lati verrà comunque rispettata. Come già detto, seguiranno poi altre danze con le rappresentazioni dei personaggi del Ramakien (Ramayana). Improvvisamente i due lottatori impugnano l'arma che è sul tappeto, al loro fianco, e la fanno girare a mulinello con il braccio sinistro, tenendo alzato il piede destro. Ognuno dei due spadaccini guarda in faccia il proprio avversario con aria di sfida, poi, sempre bilanciandosi su di un solo piede, pronuncia parole di scongiuro e di incantesimo sulla propria spada e contro l'avversario per intimorirlo: la sfida rituale viene chiamata Dang Phleeng. Questa che eseguono è una breve danza libera nella quale cercano di provocare l'avversario, scotendo la spada dietro la loro persona, come fosse la coda di una tigre; ora sono pronti ad affrontare l'avversario. Tutti questi movimenti preliminari sono eseguiti ritmicamente con l'accompagnamento dell'orchestra. E incomincia la lotta. L'alfabeto della lotta con le armi è composto da una serie di gruppi di colpi successivi che si possono ripetere, essi vengono chiamati Khrom e, pur lasciando ai contendenti la libertà di iniziare la lotta con il gruppo che preferiscono, possono essere combinati in successioni così diverse, da essere del tutto imprevedibili. Il “calcolo combinatorio” ci dice che, con pochi numeri noi possiamo ottenere un numero sorprendentemente alto di associazioni. Per esempio i soli primi cinque numeri: 1-2-3-4-5 possono essere combinati fino a 120 composizioni diverse. Il numero di permutazioni ottenibili con N numeri progressivi è dato dal prodotto di tutti i numeri interi compresi tra 1 e N. Per esempio, le cinque lettere A B C D E possono essere ordinate in 120 modi, ciascuno dei quali è una diversa permutazione, ad esempio: A C B E D, B A D C E, D B A C E, e via dicendo. L’alfabeto del Krabi Krabong è costituito da una decina di Khrom dei quali, in generale solamente sette sono i più utilizzati. Con soli sette Khrom noi otteniamo ben 5.040 combinazioni diverse; se li consideriamo tutti e dieci arriviamo al numero di 3.700.800. Capite bene come due combattenti, conoscendo entrambi solamente una decina di schemi tecnici uguali, possano fare un combattimento assolutamente libero con ben 3.700.800 di combinazioni diverse. Nessuno dei due può sapere cosa farà l’altro o come reagirà dato un tipo di attacco o una particolare strategia adottata, tuttavia sa perfettamente che gli angoli d’attacco, le uscite, le rotazioni, le parate, le schivate, i contrattacchi e quant’altro dovranno rispettare tutti quanti le medesime geometrie basate sul triangolo equilatero, gli angoli di 45°, le rotazioni a 90° o 180° ecc… Paradossalmente chi è abituato agli spettacoli di combattimento prestabilito che si fanno nel Wu Shu, ritiene erroneamente che anche nel Krabi Krabong essi siano preparati in precedenza, invece non è affatto vero, e lo prova il fatto che nelle competizioni si misurano atleti di scuole diverse che non si conoscono tra di loro. Eppure quando si guardano gli incontri, l’impressione che se ne ricava è che siano preordinati; sembra quasi impossibile che due persone che non si conoscono possano combattere come tigri infuriate, portandosi colpi a velocità pazzesche e riuscendo, nella maggioranza delle volte, a parare e a rintuzzare i colpi dell’avversario in quel modo. Se voi però pensate che entrambi sono a conoscenza di un medesimo alfabeto geometrico della scherma, tutto può sembrare più facile da comprendere. Un detto antico Thai dice: “Lascia ad un Maestro la testa ed una mano ed egli può ancora vincere!” questo spiega la furiosa determinazione che permette spesso ad un contendente posto in estrema difficoltà, in una situazione apparentemente disperata, di vincere e prevalere sull’altro. Tutte le azioni sono solitamente compiute con una rapidità che non concede spazio al pensiero. Da notare che ognuno dei sette gruppi di colpi che qui elenco, ha, nel linguaggio marziale Thai, un termine tecnico. Ecco i sette gruppi dell'alfabeto della scherma che vi elenco: 1) Fendente diagonale sulla spalla destra e sinistra. 2) Colpo orizzontale sul fianco. 3) Evasione con doppio passo e contrattacco rapido rompi - tempo. 4) Uscita con schivata sulla destra e sulla sinistra con contrattacco al collo. 5) Evasione con spostamento a 90° su colpo al cuore e contrattacco. 6) Uscita a 45° a sinistra su colpo al cuore e ritorno con fendente diagonale. 7) Uscita a 45° a destra , con parata di spada, rotazione a 180° del corpo e calcio all'indietro. Come si vede è un crescendo di colpi, e non sono tutti, che mettono a dura prova l'oculatezza e la destrezza dei competitori, i quali devono saper attaccare, e nello stesso tempo, essere vicendevolmente pronti a prevedere, parare o sfalsare i colpi dell'avversario. Questi colpi combinati ed alternati dalle due parti, si prestano ad un’infinità di tattiche che assicurano la vittoria solo a chi li sa meglio usare e parare, nello stesso tempo. In ogni caso per risultare veramente efficace, l’azione deve essere risoluta: non si può iniziare con timide azioni che allarmerebbero il nemico, aumentando le sue capacità di risposta e compromettendo il risultato della grande azione finale. Con il crescendo del suono e del tempo degli strumenti musicali, con l’accelerarsi dei tamburi, ritmato dai potenti colpi del fendere e del parare, i lottatori si scaldano, attaccano e parano con mosse fulminee, sicure e sincronizzate; la lotta diventa serrata e, nell'incrociarsi della spada che attacca e di quella che para, si vedono sprizzi e scintille, mentre il vibrare dell'acciaio manda sibili quasi paurosi. Gli spettatori gridano per incoraggiare il proprio favorito, si entusiasmano e si scatenano. I movimenti delle spade e le mosse degli accaniti spadaccini nel battere, nel controbattere e nello schivare, diventano così rapidi che non si riesce più a seguirle. A volte capita che, nel furore della lotta, sfugga l'arma di mano ad uno dei lottatori e l'avversario sia pronto a raccoglierla ed impugnarla contro il suo rivale; allora le urla degli spettatori, unite al suono frenetico degli strumenti, danno l'impressione del finimondo e pare che la volta del cielo stia per cadere... Resta da notare ancora una volta che, ogni buon lottatore di Krabi Krabong, deve essere anche un esperto di pugilato Muay Thai poiché, durante il combattimento, gli è lecito usare, oltre che all'arma convenuta, anche il piede, le ginocchia, i gomiti ed i pugni, perciò deve saper approfittare dell'occasione propizia, per sferrare potenti calci demolitori e infliggere all'avversario gomitate ben assestate per riuscire ad averne il sopravvento.


REGOLE E RITUALI

All’ingresso in palestra o nell’area in cui si pratica (Khai) ogni allievo è tenuto al saluto tradizionale Wai a mani giunte. E’ fatto obbligo di salutare sempre in questo modo il Maestro, le armi (sia prima di impugnarle che dopo averle usate), l’area in cui si pratica (in entrata ed in uscita da essa). La formula rituale dell’inizio lezione è: “ Sawadii Khrap Ajarn” per i maschi, “Sawadii Khaa Ajarn” per le femmine che significa “Salve Maestro”. Al termine della lezione si termina con la formula: “Khop Khun Khrap” (grazie maestro) per i maschi, “Khop Khun Khaa” per le femmine. Questi comandi vengono impartiti dall’allievo più anziano in capo, che si situa sempre sul lato destro del maestro. Lo stesso allievo che, dopo il saluto iniziale, comanda alcuni minuti di raccoglimento e meditazione. Questo per permettere alla mente degli studenti di abbandonare i propri problemi personali e potersi così concentrare solamente sulla pratica della disciplina, senza distrazioni di altro tipo. Il termine della meditazione viene scandito dall’allievo anziano con l’ordine: “Poh!” che in ligua thai ha questi significati: “abbastanza, bene così, o anche, basta così”. E’ considerata buona educazione in ambito marziale agevolare l’insegnante provvedendo ad aiutarlo nel trasporto delle armi e delle attrezzature e curando la loro disposizione nell’area di addestramento. Normalmente tale onore spetta ai giovani neofiti che si abituano così a tenere un atteggiamento disciplinato ed ordinato, ispirato all’umiltà ed al rispetto per l’arte marziale che praticano e per il loro insegnante (Ajarn). Non sono tollerati i rifiuti ad eseguire esercizi, rituali o tecniche che vengono insegnati, risposte offensive nei confronti del maestro o di altri allievi. Tali atteggiamenti di maleducazione, arroganza e cafoneria, comporteranno l’immediata e definitiva espulsione dell’allievo dalla scuola e dall’associazione. Anche i ritardi alle lezioni sono malvisti, l’allievo è tenuto alla puntualità poiché anche questa fa parte di quella disciplina e di quel rispetto nei confronti dell’insegnante che fanno parte dello spirito di questa arte marziale. Se il ritardo è inevitabile, sarebbe opportuno avvisare l’insegnante con un certo tempo di preavviso.

REGOLAMENTO:

1. Porta rispetto a te stesso, al tuo maestro e ai compagni di grado superiore al tuo.
2. Esegui gli ordini che ti vengono dati ed impegnati per dare il meglio di te..
3. L’allievo è tenuto al rispetto per l’insegnante e per la scuola nella forma tradizionale chiamata Wai. Dovrà usarla ogni qualvolta incontra maestri o istruttori, entra od esce dalla scuola, deve impugnare un’arma.
4. Ci si presenta nella scuola con uniforme e cintura tenute in modo ordinato.
5. Per andare in bagno od uscire anticipatamente l’allievo è tenuto a chiederne il permesso agli insegnanti.
6. L’allievo deve essere sempre puntuale ed è suo compito cercare di lavorare per sviluppare armonia e integrazione tra corpo e mente. Deve quindi avere un atteggiamento ispirato ai principi di umiltà, gentilezza, modestia e pazienza. Le virtù che ogni allievo dovrebbe cercare di coltivare sono fedeltà nei confronti della scuola e dei maestri, onestà, lealtà, coraggio, condivisione ed amicizia.
7. L’arte marziale non può e non deve essere usata per arrecare danno agli altri, ma è moralmente lecito usarla per difendere la vita propria ed altrui in ogni momento.
8. Le tecniche non vanno esibite per orgoglio e vanità fuori dalla scuola.
9. Ogni istruttore della Scuola Taran Devak va rispettato come rappresentante diretto del Maestro..
10. Rispetta ogni altra arte marziale, ma sviluppa capacità di analisi critica con tutte, compresa la tua. Chiedi sempre all’insegnante spiegazioni esaurienti fino a quando non sarai sicuro e certo di quanto appreso.
11. Tieni un comportamento corretto fuori e dentro la scuola, non fare uso di droghe, non esagerare con l’alcol e non usare sostanze doppanti.
12. Cerca di essere sempre costante nella tua pratica e collabora con gli altri al miglioramento della tua scuola. Ricorda che la rappresenti ogni qualvolta combatti.

LO SPIRITO DELLE ARMI BIANCHE

In Thailandia le armi bianche vengono rispettate alla stregua di un maestro. Prima di impugnarle e dopo l’uso vengono salutate con il tradizionale Wai a mani giunte. Ogni arma atta ad uccidere dovrebbe venire salutata in questo modo, infatti fino a non molto tempo fa la vita di una persona dipendeva interamente dalla spada e dalla sua abilità nell’usarla. Coloro che praticano Krabi Krabong si rifiutano di fare spettacoli folkloristici di tipo circense. Una spada è stata concepita per uccidere e ferire un nemico, non per tagliare mele o ananas posate sulla testa o sul collo di un allievo, per pelare quelle basta un semplice coltello da cucina. Una lancia è fatta per trapassare il corpo di un avversario e non per essere piegata con un banale trucco da baraccone, dal collo di un uomo. Nessun praticante perderebbe un solo secondo per addestrarsi in esercizi tanto inutili, quanto degradanti ed umilianti. Dimostrare precisione e controllo nell’uso delle armi bianche con queste esibizioni, non ha nessun valore pratico per combattere, non è questa la loro destinazione, non sono nate per questo. Ai fini pratici del combattimento, tutte queste abilità sono perfettamente e totalmente inutili. Le armi servono ad uccidere o a dimostrare come si può uccidere usandole con sapienza, tecnica e maestria. Usare un arma bianca per uno scopo diverso da quello per cui è stata concepita, è considerato in Thailandia altamente offensivo e disonorevole. Coloro che impugnano una spada od una lancia per eseguire giochi da circo e spettacolini vari, al solo scopo di stupire la gente, umiliano ed offendono non solo l’arma, ma anche e prima di tutto se stessi. Anche quando usate in dimostrazione, le armi devono sempre cercare di adempiere allo scopo per cui sono state forgiate, illustrare la loro tecnica ed il loro destino: uccidere il nemico nel modo più economico,efficiente e rapido possibile.


MAESTRO VALERIO ZADRA
BIOGRAFIA:

Docente di Scuola Primaria
Presidente International Krabi Krabong Association
Maestro di Arti Marziali Thailandesi: Muay Thai antico e Krabi Krabong
Insegnante di Massaggio Tradizionale Thailandese Nuat Paen Boran
Lavora come docente presso una Scuola Primaria nel basso vicentino. Ha studiato Kung Fu Wu Shù e Tai Ch'i per 23 anni ma, a partire dal 1992 si è dedicato allo studio delle arti marziali tradizionali tailandesi sotto la guida di colui che reputa non solo suo Maestro, ma anche padre spirituale, Khrù Thonglor Trairat (Trairatana), da poco scomparso. Ha partecipato nel 1994 ai Campionati Mondiali di Krabi Krabong a Bangkok vincendo 2 medaglie d'argento nelle rispettive specialità di Krabi: "Combattimento tradizionale con la sciabola lunga" e Daab Song Mue: "Combattimento libero moderno con doppie spade".
Si è recato in Thailandia quasi tutti gli anni, per specializzarsi in questa disciplina ed è stato l'ultimo insegnante riconosciuto e formato personalmente dal Maestro Thonglor Trairat (Trairatana). Nel 1997 si diploma anche presso la scuola di Krabi Krabong di Satri Nothamburi del Maestro Pongsak Kongjeam. E' stato spesso invitato in varie scuole elementari (Rong Rien Thonburi), medie e superiori (Satri Nonthaburi) del paese per tenere lezioni introduttive sul Krabi Krabong (sport nazionale assieme alla più famosa Muay Thai). Ha girato tutto il Nord della Thailandia studiando i sistemi di combattimento in uso tra le varie tribù quali: Mon, Meo Akka, Lisu e Karen. Nel 1999 ha partecipato nuovamente ai Campionati Mondiali di Krabi Krabong conquistando la medaglia d'oro nel combattimento tradizionale con la sciabola lunga e una nuova medaglia d'argento nel combattimento tradizionale con due spade. Dal 1992, abbandonato il Kung Fu, si dedica allo sviluppo e alla promozione di questa arte marziale su tutto il territorio europeo. Ha aperto e sovrintende numerose scuole in tutta Italia. Antropologo marziale e ricercatore spirituale, cerca persone motivate ed appassionate da addestrare bene e che desiderino collaborare con lui in un progetto che ha chiamato "Taran Devak". Questo nome, "Lampo Divino" o "Chiarezza improvvisa che viene dall'alto", intende essere il definitivo nome della sua scuola di Krabi Krabong (Sam Nak Dab). Essa include in se anche una ricerca tecnica approfondita che spazia dalle tecniche di lotta a terra alle percussioni,dallo studio di tutte le armi bianche al superamento dei propri limiti fisici e mentali, attraverso il perfezionamento del gesto atletico che viene considerato sempre l'esatta rappresentazione di un equivalente stato spirituale. In questa ricerca utilizza schemi di riconoscimento delle inclinazioni personali e caratteristiche personali dei praticanti, basati sui 4 elementi (Terra, Aria, Acqua, Fuoco) Samnakdab Sinchatùrathat . Arte Marziale significa non solamente imparare tecniche per offendere il prossimo, ma dev'essere uno strumento virtuoso di ricerca e perfezionamento interiori. Senza queste premesse verrebbe meno l'eticità stessa di divulgare una disciplina così strutturata e potenzialmente distruttiva. L'Arte Marziale deve rimanere un contenitore elastico, un crogiuolo di esperienze diverse e condivise in cui ognuno possa riconoscersi e coltivare le proprie specificità attraverso un continuo scambio di saperi. Dal 1992 si dedica anche allo studio del Massaggio tradizionale tailandese Nuat Paen Boran che ha appreso presso il Tempio Buddhista Wat Poh, sotto la guida della Maestra Pijapong e di cui oggi tiene corsi e seminari di formazione. Tiene inoltre Seminari per la divulgazione delle tecniche di Meditazione Vipassanà legate al Buddismo ortodosso Inayana.

Insegna attualmente Krabi Krabong e Muay Thai tradizionale presso Palextra Center, Via 4 Novembre a Barbarano Vicentino, tutti i Lunedi e Mercoledi dalle 18,00 alle 20,30.


REGOLAMENTO COMPETIZIONI
INTERNATIONAL KRABI KRABONG ASSOCIATION
Le gare non possono rappresentare l’essenza della Disciplina poiché le sue tecniche hanno il compito esclusivo di uccidere l’avversario nel minor tempo possibile, di conseguenza non potrebbero essere applicate nella loro più completa e distruttiva modalità. Le competizioni non sono che giochi per mettere alla prova nel modo più verosimile situazioni di combattimento estreme reali. Le competizioni possono essere anche molto pericolose, tuttavia sotto l’alto controllo degli insegnanti e con le opportune protezioni, possono essere fatte evitando quei rischi anche mortali che diversamente comporterebbero per i partecipanti. Ogni gara necessita di quattro arbitri, essi non possono appartenere alla stessa scuola degli atleti o anche di uno solo di loro. Il Maestro Zadra Valerio può partecipare all’arbitraggio in queste occasioni:
- In caso di parità di giudizio tra gli arbitri, assegnando il punto risolutore;
- In mancanza di uno o più arbitri e senza problemi, dal momento che tutti sono loro allievi e di conseguenza non esiste motivo per favorirne uno rispetto all’altro.
In Thailandia l’arbitraggio è affidato ad un gruppo selezionato di nove maestri anziani, che svolgono la loro opera al di sopra delle parti.

GARA DI MAE MAI MUAY THAI

Nel combattimento sono ammesse tutte le tecniche: calci, pugni, ginocchia, gomiti, leve, torsioni, proiezioni, strangolamenti, lotta a terra, immobilizzazioni, testate e spallate. E’ severamente proibito sputare, mordere, tirare i capelli o pizzicare. Si combatte per categorie di peso con margini di differenza di tre chili al massimo e le protezioni minime indispensabili sono: sospensori, paradenti, guantoni da 12 oncie, baschetto e paratibie. Non ci sono round, il combattimento termina entro un tempo consecutivo massimo di cinque minuti. L’incontro può essere sospeso a giudizio insindacabile degli arbitri o del Maestro per i seguenti motivi:
- Uno dei combattenti è nettamente inferiore all’altro, in modo così manifesto da rendere pericolosa la continuazione del combattimento per la sua incolumità.
- Uno dei contendenti dichiara di volersi ritirare dall’incontro verbalmente poiché provato dai colpi ricevuti.
- Messo in condizioni di leva, immobilizzazione o strangolamento, uno dei contendenti batte la mano due volte al suolo o sul corpo dell’avversario.In questo caso chi ha eseguito il bloccaggio è tenuto a lasciare libero nel modo più veloce possibile l’antagonista e ad assumere una posizione sull’attenti con le braccia alte ed aperte. In caso di reticenza o indugio ad eseguire l’ordine immediatamente, può venire squalificato e sospeso da qualunque forma di gara con biasimo. In casi come questi è compito degli arbitri intervenire velocemente per rimuovere il contendente restio dalla prosecuzione in una tecnica pericolosa.
- Ogni qualvolta uno degli arbitri batte due volte le mani.
Il duello deve sempre essere preceduto dall’esecuzione del Wai Khru e del Ram Muay, per partecipare alle gare è necessario presentare un certificato medico valido per attività agonistica estrema.


GARA DI KRABI KRABONG DIMOSTRATIVA

Consiste in un combattimento libero tradizionale con una delle armi in uso nella specialità, ai due contendenti è data la possibilità di costruire un Khrom finale di comune accordo, che limiti la possibilità di un finale cruento.
Il punteggio viene assegnato in questo modo:
- Fino a 4 punti per l’abbigliamento e la pulizia nel modo di presentarsi.
- Fino a 10 punti per l’esecuzione sincronizzata del Ram Awut (le Danze Sacre Guerriere).
- Fino a 6 punti per l’esecuzione del Phleeng (la sfida rituale).
- Fino a 20 punti per l’esecuzione del duello che deve essere realistico, veloce nel ritmo e potente nei colpi.

Vince la competizione la coppia che si avvicina maggiormente al punteggio massimo di 40 punti.

GARA DI KRABI KRABONG TRADIZIONALE LIBERO

Uguale alla precedente, ma senza finale preordinato, vince solamente uno dei contendenti che colpisca l’altro con un arma in legno in modo ritenuto risolutivo.E’ una delle competizioni più pericolose in assoluto.


GARE DI DAB THAI

Si possono usare tutte le armi per combattere liberamente, ma in questo caso sono fatte di materiale leggero come il rattan e alcune vengono ricoperte da uno strato di gomma. Vince chi riesce a colpire l’avversario in qualunque parte del corpo, toccandolo per almeno cinque volte. Se i due contendenti si colpiscono vicendevolmente nello stesso tempo, gli arbitri annullano il punto ad entrambi. Il punto viene assegnato quando il colpo è portato limpido al di la di ogni ragionevole dubbio. I quattro giudici posti agli angoli del ring, ogni qualvolta vedano un punto, fermano l’incontro; l’assegnazione dello stesso richiede almeno il parere positivo di tre arbitri su quattro.

GARA DI SANAM ROB

Sanaam Rob è il combattimento campale e prevede la partecipazione di scuole diverse che schierano in campo i loro 8-10 combattenti migliori. Il regolamento che vige in questo tipo di competizione è identico a quello previsto per gli incontri di Mae Mai Muay Thai, con l’eccezione che ogni qualvolta uno dei contendenti cade a terra, deve lasciare il campo subito. Se entrambi i contendenti cadono al suolo si procede nella lotta a terra fino ad una immobilizzazione dalla quale chi la subisce non sia in grado di liberarsi entro tre secondi. Il concetto ricalca un autentica battaglia nella quale tutti possono combattere contro tutti ed è perciò possibile anche che, un lottatore si ritrovi attaccato in contemporanea da più avversari della squadra avversaria. Prima che lo scontro abbia inizio, vengono concessi tre minuti di tempo ad ogni squadra per pianificare la strategia che intendono adottare. Ogni team deve avere un caposquadra, un capitano esperto che sia fonte di riferimento per tutto il gruppo. La strategia può prevedere scelte diverse. Una squadra per esempio può decidere di concentrarsi tutta intera nell’ “abbattimento” dei due o tre elementi più forti dell’altra, come può decidere al contrario di liberarsi da quelli reputati meno pericolosi per poi concentrarsi sui rimanenti. E’ giusto ricordare che per ogni membro della vostra squadra che verrà eliminato, vi ritroverete con un antagonista in più da affrontare dell’altra. L’ultimo sopravvissuto di una squadra si troverà nella condizione critica di dover fare una scelta: o rinunciare alla prosecuzione della battaglia facendo automaticamente vincere l’altro gruppo, o accettare lo scontro, alla condizione però che i rimanenti combattenti dell’altro team a loro volta lo impegnino in singolar tenzone, uno alla volta. Il superstite di una squadra, che riesca anche da solo a sconfiggere uno alla volta tutti i concorrenti dell’altra, fa aggiudicare la vittoria alla propria. In questo tipo di competizione, la speranza è davvero l’ultima a morire e le sorprese spesso si susseguono mandando in delirio i tifosi dell’una o dell’altra parte. Si ricorda che si può essere eliminati anche nel caso accidentale di fuoriuscita dai limiti fissati per il campo di battaglia. Non ci sono limitazioni di tempo, nè categorie di peso. La gara viene giudicata sempre a quattro arbitri posti agli angoli del campo. Questo tipo di competizioni un tempo erano molto diffuse, un bellissimo esempio di queste lo si può vedere nel magnifico film di Bernardo Bertolucci: “Il Piccolo Buddha”.

GARA DI SANAM PHRALONG AWUT

Le caratteristiche sono del tutto identiche al precedente SANAM ROB, ma questa volta i duelli si svolgono con armi in legno di libera scelta dei concorrenti. Ognuno può combattere infatti scegliendo l’arma nella quale si sente più abile; sono proibiti i colpi di punta per la loro pericolosità a causa della pressoché mancanza di protezioni sul corpo.

TAVOLE RIASSUNTIVE DEI PRINCIPI BASE
ISPIRATORI DEL KRABI KRABONG TARAN DEVAK

1. Essere costanti nell’addestramento
2. Essere fortemente disciplinati
3. Credere in quello che si fa
4. Essere rigorosi senza essere rigidi
5. Fidarsi completamente del Maestro che si è scelto
6. Essere pignoli, precisi nella pratica, non accontentarsi
7. Avere una forte determinazione, una ferma volontà
8. Sviluppare un forte pensiero “Laterale”, essere creativi ed originali

Qualità del Guerriero

1. Deve essere risoluto
2. Deve essere equilibrato
3. Deve sempre agire in accordo con la Natura (leggi della fisica)
4. Deve saper affidarsi al Vuoto


Abilità del Guerriero

1. Volontà ferrea
2. Forza interna
3. Padronanza dello Spazio
4. Padronanza del Tempo
5. Tecnica


Corollari delle abilità

1. Deve essere rapido e decisivo
2. Estremamente economico
3. Essenziale
4. Non concedere alcuna replica all’avversario


Regole d’Ingaggio

1. Prima regola: non abbiamo regole
2. Ricorda sempre la prima regola
3. Quando hai vinto hai fatto sempre la cosa giusta
4. L’importante non è partecipare, ma vincere (questo non è uno sport!)


Regole di condotta morale del Guerriero

1. Deve essere Dignitoso
2. Umile e Leale
3. Avere un forte senso dell’Onore
4. Possedere un forte senso del Dovere
5. Essere onesto (con se stesso e con gli altri)
6. Essere coraggioso
7. Essere imparziale
8. Agire rettamente
9. Essere altruista
10. Essere tenace, non mollare mai


Simboli e principi Geometrico-posturali

1. Il Triangolo Rettangolo Iasoscele
2. Il Cerchio
3. Il Baricentro del corpo
4. Le Rette parallele
5. Le Diagonali
6. Le uscite a 45°
7. Le rotazioni in archi di circonferenza di 90° e 180°
8. La distribuzione delle “forze” in “movimento”


PROGRAMMA TECNICO TARAN DEVAK
La giusta premessa è quella di avvisare tutti i praticanti che è stata una mia idea quella di introdurre le cinture colorate nel Krabi Krabong, accolta con favore anche dal Maestro Thonglor Trairat. In realtà in Thailandia questa usanza storicamente non c’è mai stata, anche se in verità laggiù, qualche scuola, su imitazione dei modelli cinesi e giapponesi così di moda oggi, ha iniziato ad introdurle. Per me hanno il solo scopo di potermi rendere conto immediatamente del livello di competenze raggiunto da un allievo con la sua pratica; utili inoltre anche come tappe di verifica delle abilità acquisite. A maggior ragione considerando il fatto che la Scuola Taran Devak comincia ad avere un discreto numero di sedi diffuse sul territorio nazionale.


Programma di MUAY TARAN DEVAK:

1- Spostamenti di base Liam Sam Kung
2- Schema di pugni base
3- Tecniche base calcio
4- Tecniche di ginocchio
5- Schema gomiti 1-14

1- Combinazioni su pugno 1-8
2- Parate di base su calcio
3- Spostamenti dinamici
4- Tecniche e combinazioni su Clinch

1- Calci e ginocchiate saltati
2- Ram Muay nr. 1Sritrairat
3- Difesa personale 1-10
4- Combinazioni su calcio 1-10

1- Combinazioni su pugno 9-16
2- Proiezioni alte e basse
3- Lotta a terra con immobilizzazioni
4- Difesa personale 11-20

1- Difesa personale 21-30
2- Difesa personale da coltello
3- Difesa personale da pistola
4- Ram Muay Pong Sak

1- Pratica Shadow boxing
2- Combattimento libero piena potenza
3- Tecniche di respirazione Kam Lang Pai Nai
4- Tecniche base massaggio Nuat per traumi

1- Difesa personale 31-40
2- Tecniche speciali Muay Thai acrobatica
3- Potenziamento generale
4- Combattimento con coltello

Cintura Nera I° grado Khan

• Programma di KRABI KRABONG TARAN DEVAK:

1- Spostamenti di base Liam Sam Kung
2- Schema di pugni base
3- Tecniche base calcio
4- Tecniche di ginocchio
5- Schema gomiti 1-14

1- Combinazioni su pugno 1-8
2- Parate di base su calcio
3- Spostamenti dinamici
4- Tecniche e combinazioni su Clinch

1- Calci e ginocchiate saltati
2- Ram Muay nr. 1Sritrairat
3- Difesa personale 1-10
4- Combinazioni su calcio 1-10

1- Ram Krabi Prom Si Nah
2- Prom Si Nah Mekkallah
3- Cian Tian
4- Kath Lang
5- Krabi Dab Tai (tecnica e libero)
6- Khrom 1-4

1- Khrom 5-8
2- Krabi Isarà (combatt. Libero tradizionale)
3- Ram Krabi 5-12
4- Ram Dab Prom Si Nah
5- Ram Dab Prom Si Nah Mekkallah

1- Khrom Dab Song Mue 1-8
2- Dab Song Mue Isarà
3- Ram Dab 3-12
4- Phleeng Dab
1- Mid San (Tecnica combattimento coltello)
2- Dab Dan (Scudo e spada) tutte le danze
3- Dab Dan Isarà
4- Mai San Isarà
5- Ram Mai San 1-5

1- Ram Plong 1-10
2- Khrom Plong (bastone lungo) 1-8
3- Plong Isarà (combatt. Libero bastone)
4- Maneggio bastone
5- Plong Dab Tai (Libero moderno)

Cintura Nera I° Khan
Istruttore I° grado Khandam

1- Ram Ngao 1-10 (alabarda)
2- Khrom Ngao 1-8 (Tecniche combattimento alabarda)
3- Plong Isarà (Combattimento libero alabarda)
4- Khrom Hok (Tecniche base lancia)

Cintura Nera II° Khandam
Maestro II° grado

1- Mid San Song Isarà (tecnica e combatt. Libero doppio coltello)
2- Dan Hok (Tecnica scudo lancia)
3- Kuan Song Mue (Tecnica doppia scure)
4- Basi massaggio Nuat per traumi
Cintura Nera III° Khan
Maestro III° grado
1- Kham Lang Pai Nai (tecniche di respirazione per forza interna)
2- Studio dei Mantram speciali per Krabi Krabong
3- Meditazione Vipassanà
4- Armi non convenzionali

Numerazione in lingua thai:
1-Nung,
2-Song,
3-Sam,
4-Sii,
5-Haa,
6-Hok,
7-Jeed,
8-Paed,
9-Khao,
10-Sip.
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L’aspetto spirituale ed esoterico del Taran Devak:
le origini Vediche dell’Arte.

Il Krabi Krabong è una specialità complessa , con tutta una serie di cerimoniali atti a preparare la mente per un duello dal quale teoricamente, solamente uno ne uscirà vivo. Le pratiche per favorire la concentrazione e l'ingresso in stati alternativi di coscienza sono pertanto molto importanti. Attraverso queste pratiche il combattente accede ad una forma superiore di consapevolezza che è diversa da quella quotidiana. In questo stato chiamato Satì, la mente è presente nel gesto mentre nel contempo si modificano i parametri della percezione spazio - temporale. I movimenti rapidi dell'avversario vengono percepiti soggettivamente, come se si svolgessero al rallentatore, mentre i processi metabolici dell'organismo subiscono contemporaneamente una forte accelerazione. Questi elementi comportano, da un lato la possibilità di poter parare in tempo reale i colpi che ci giungono, dall'altro di poter assorbire, apparentemente senza danno quelli che invece giungono a segno. Chi osserva dall'esterno rimane sconvolto dalla velocità paurosa con la quale i due contendenti si attaccano e nello stesso tempo , dalla resistenza alle botte ricevute che dimostrano. Sembrano quasi essere indifferenti agli ematomi e alle contusioni, anche sanguinolente, che si producono sul corpo quando vengono colpiti. Sembra di aver di fronte una razza di super cyborg, un pò come nel film "Terminator". Questo stato della mente è davvero importante, perchè crea le condizioni giuste per aumentare le probabilità di portare a casa la pelle, seppur un pò danneggiata. Questa sorta di Ch'i Kung o Pranajama siamese, si chiama Kam Lang Pai Nai, che può essere tradotto come: "Esercizi di fortificazione interna"; fanno parte dei segreti che ogni scuola trasmette ai suoi adepti. La Forza Interna viene chiamata Phalang Chit, ma di essa sono restii a parlarne, non perchè sia un segreto, ma perchè è più importante praticarla bene attraverso le Danze Sacre Ram Awut, che filosofeggiarne la natura. Queste pratiche esoteriche di tipo sciamanico sono racchiuse nei movimenti del Ram Awut, ossia delle Danze Sacre Guerriere, che sono basate sulle gesta degli eroi dell'opera epica Ramayana di Maharishi Valmiki. L'opera è considerata uno dei testi più antichi del mondo ed è di origine indiana. La versione Thailandese, che è più o meno uguale all'altra, si chiama Ramakien. Di essa danno splendide esibizioni gli attori dell'Opera Nazionale, vestiti con maschere bellissime. Le loro danze sono fra le più incantevoli del mondo, i movimenti sono nel contempo aggraziati e ieratici. Il settimo Avatar ( Avatar è colui che è sceso nel mondo con sembianze umane) del Dio Vishnu, fu il principe Rama. La storia racconta la sua avventura alla ricerca della sua amata e promessa sposa Sita e per sconfiggere Ravana, un potente demone determinato alla conquista del mondo. Ravana (Tosakan in lingua Thai), re dei demoni e sovrano dell’isola di Lanka (ex Ceylon), era invulnerabile e non poteva essere ucciso né da un uomo, né da un dio. Poteva volare ed assumere qualsiasi forma, aveva occhi di fuoco e denti lunghi come sciabole. Frantumava le montagne e causava tempeste sugli oceani. Gli dei tentarono anche di attaccarlo, ma il Vajira (pugnale acuminato) di Indra e lo shuriken o Chakra (Chak in Thai: stella di acciaio affilato che può essere lanciata con le mani) di Vishnù gli procurarono solamente delle lievi cicatrici. L’assemblea divina decise che Tosakan (Ravana) era diventato troppo potente e pericoloso e fu stabilito che, allo scopo di distruggerlo, Vishnù si sarebbe reincarnato nel figlio maggiore del re Dasharatha: Ramachandra. Rama si innamora e sposa Sita, la donna più bella del mondo. La donna viene rapita dal perfido Re Ravana ( Tosakan), che ha dieci teste e dieci braccia; egli la tiene prigioniera nel suo palazzo sull'isola di Lanka. Il Principe Rama parte per salvare Sita, aiutato nell'impresa da suo fratello Luksaman e da un esercito di scimmie capitanate dal coraggiosissimo Dio Scimmia Hanuman. Superando pericoli e difficoltà di ogni tipo, i salvatori costruiscono un ponte che raggiunge Lanka. Dopo una terribile battaglia campale, Rama lo affrontò in un duello decisivo. Rama ebbe ragione del demone soltanto grazie ad un dardo divino forgiato da Bhrama. Scoccato dall'arco di Rama, la freccia uccide Thosakan e, trafiggendogli il petto, uscì dalla schiena, si immerse nell’oceano e ritornò intatta nella faretra di Rama. Sita viene così finalmente tratta in salvo. Gli alleati di Tosakan sono un esercito di demoni, chiamati Asuras, Rakshas e Yakshas. Questi ultimi sono giganti dalle sembianze feroci e dai lunghi denti appuntiti. Nel Palazzo Reale e nel Wat Arun, si possono trovare statue che li rappresentano, alte anche sei metri, ma in questo caso il loro compito è quello di impedire l'ingresso nel tempio alle forze del male, degli spiriti cattivi. La storia di per se potrebbe apparire quasi banale, ma il simbolismo che nasconde è profondissimo. Rama è l'incarnazione di Dio e del Sé (che ne ha la medesima natura), Sita, la donna più bella del mondo, simboleggia l'uomo, il nostro io ordinario. Thosakan, il Re dei demoni rappresenta le nostre debolezze, i nostri vizi, i nostri desideri stolti: la fama, la ricchezza, il potere, la bellezza, il prestigio, la cupidigia, la lussuria ecc..... Hanuman, il Dio Scimmia rappresenta la Virtù per eccellenza. Se noi ora rivediamo la storia, vedremo che non ci sembrerà più così banale. Rama (Dio) ama Sita (l'uomo) e viceversa, ma essi non possono vivere insieme come unità, poichè divisi da Thosakan (i vizi e le debolezze) che la rapisce. E' infatti l'uomo che cede alle tentazioni, non Dio, essere compiuto ed in se perfetto. Tuttavia Dio ama l'uomo e lo cerca, così come anch'esso cerca Lui. Dio si serve della Virtù (Hanuman) per liberarci dalla schiavitù; ci offre la possibilità di conoscerLo. Le danze Ram Awut iniziano sempre da una posizione in ginocchio, questo sia che si combatta a mani nude o con qualsiasi tipo di arma bianca tradizionale. Tutte indistintamente cominciano con tre inchini eseguiti con le mani giunte in preghiera. Essi sono rivolti al Buddha, al Dharma (la legge divina ed eterna, unica che può garantire la liberazione dal dolore) e al Sangha (l’ordine monastico, la comunità). Dopo questo cerimoniale il corpo si muove, ripetendo una serie di movimenti che sono identici nelle quattro direzioni. E’ la danza in onore di Bhrama quadrifronte (Phrom Si Nah), il Creatore che forma assieme a Vishnù, il Conservatore e Shiva, il Distruttore, la trimurti induista. Bhrama dorme quando nulla esiste e, al momento del suo risveglio, il mondo prende forma. Egli attiva un processo di creazione nel quale gli elementi che compongono l’universo hanno già in sé il senso della loro esistenza, senza riceverla da Dio come nella tradizione giudaico-cristiana. Eseguiti i movimenti di Bhrama nelle quattro direzioni e ritornati dunque nella stessa posizione iniziale, si è liberi di eseguire altre due o tre danze, immedesimandosi nei personaggi del Ramakien nei quali maggiormente si rispecchia il nostro carattere, la nostra indole, la nostra anima. La sequenza viene eseguita in modo tale da incrociarsi e sfiorarsi con quella del nostro avversario. In questa fase preparatoria non è assolutamente permesso e nemmeno ipotizzabile, attaccare o pensare di poter essere attaccati, dal nostro nemico. Il rito è sacro! Guai a chi lo viola, è una questione d’onore, intoccabile. Quando i due contendenti, eseguendo le Danze Sacre Ram Awut si sono scambiati di posto, si inginocchiano nuovamente. Se prima gli inchini erano rivolti agli Dei, ora è la volta dell’uomo. Ci si fissa negli occhi per un istante che pare eterno, un breve inchino di rispetto reciproco, e inizia il Phleeng, la Sfida Rituale Suprema. Ora i movimenti si fanno minacciosi, più veloci e risoluti. Essi non seguono più i temi del Ramakien, ma sono costruiti su di un semplice canovaccio libero e flessibile che impegna i contendenti a mantenere le distanze ed il ritmo dei gesti. E’ giunto il tempo per ognuno di cercare di spaventare o intimorire il proprio nemico, di dimostrargli integralmente tutta la ferma volontà di ucciderlo, di non arrendersi per nessuna ragione fino alla fine del duello. Potrebbe anche succedere (è successo), che uno dei due combattenti comprenda da solo la superiorità dell’altro, da come esso danza e dalla fermezza con la quale ha lanciato la sua Sfida Rituale, e rinunci subito alla contesa, riconoscendo con un inchino la superiorità dell’altro. In questo caso la sua vita è salva! Il praticante di Taran Devak, eseguendo le danze a mani nude (Ram Muay) o con le armi (Ram Awut), ripercorre un cammino iniziatico che lo deve condurre alla liberazione. Da questo punto di vista le Danze Sacre Guerriere sono un autentica forma di meditazione, che può essere aggiunta alla lista delle tecniche a disposizione di chi intraprende questo cammino spirituale. Esso viene pertanto definito anche "Meditazione Attiva" o in movimento, ma si differenzia tantissimo dal Tai Ch'i Chuan. I movimenti vengono si, eseguiti lentamente e con la mente presente nel gesto, ma allo stesso tempo devono essere sincronizzati con il ritmo respiratorio che, a sua volta deve essere sincronizzato con il ritmo della musica da guerra Sarama, che è costruita in scala pentatonica, mentre le mani compongono i Mudra del Cuore - Senza - Paura. Tutto ciò poi deve essere associato con la recitazione mentale di alcuni Mantra il cui scopo è schiudere le porte della percezione sensoriale, acuendo in modo incredibile tutti i sensi, la resistenza del corpo, modificando la percezione dello spazio e del tempo. In effetti ci sono suoni potenti nel provocare la trasposizione improvvisa della coscienza da uno stato di cecità a uno di luminosità soffice ed interiore. La musica delle onde, il canto di una cicala, il rombo di un torrente di montagna, l’urlo del vento che soffia in una gola, il suono dei tamburi, il risuonante OOOOMMMM…di un maestro di Taran Devak. Sono rituali sciamanici antichissimi che, eseguiti perfettamente nella sequenza giusta, ci permettono di affrontare e sopravvivere alle condizioni più avverse ed estreme, che un guerriero può trovarsi a fronteggiare. Lo scopo è solamente quello di affilare la mente, irrobustire il corpo attraverso lo spirito e non ha alcuna pretesa di avere anche un qualunque significato marziale in se. Scatenare a volontà la trance estatica, il grande viaggio dell'anima, è più facile da dire che da concepire... a meno che non lo si intenda come il superamento totale di sè: la Danza Sacra Guerriera come lo strumento per spazzare via il nostro io limitato. Possiamo inoltre immaginare che le Danze Sacre Ram Awut ricalchino la vita del Guerriero, di cui ogni movimento ad un certo punto, diventa un potere supplementare acquisito sul mondo. Come dice in modo appropriato Carlos Castaneda, se danza davvero bene, il Guerriero può trattenere la morte per un attimo: " Ogni guerriero possiede una forma speciale, una posizione particolare di potere che ha sviluppato durante la vita. E' questa una danza, un movimento che compie sotto l'influenza del potere. Un guerriero morente, con poco potere, fa una danza breve, ma colui che ha un potere notevole esegue una danza prodigiosa. Comunque sia la danza, breve o grandiosa, la morte deve fermarsi per assistere allo spettacolo dell'ultima Danza del Guerriero. La morte non può catturare un Guerriero che ripete, per l'ultima volta, i fatti della sua vita, almeno fin quando non ha finito la sua Danza.... ....Di conseguenza, alla tua morte, tu danzerai su questa collina verso il finire del giorno. E nel corso della tua ultima Danza, racconterai dei tuoi combattimenti, le battaglie che hai vinto, quelle che hai perso; parlerai delle tue gioie e della tua meraviglia quando hai fatto esperienza del tuo potere personale. La tua Danza Sacra esprimerà i segreti e le meraviglie che tu avrai immagazzinato. E la tua morte, qui seduta, ti guarderà. Il sole morente t'illuminerà senza bruciarti, come ha fatto oggi. Il vento sarà mite e caldo, e la tua collina tremerà. Nel terminare la Danza Sacra tu guarderai il sole, perchè nè da sveglio, nè in sogno, lo rivedrai mai più. E allora la tua morte ti mostrerà il meridione, l'immensità". Il Ram Awut spezza le catene della ragione e del corpo. E' una danza di potere che organizza lo spazio e cadenza il tempo in maniera che l'anima, dopo il corpo, si metta in movimento. Dire che le Danze Sacre Guerriere inducano a un'alterazione dello stato di coscienza, rientra nel campo di un evidenza inspiegabile. Tutte le danze sono espressione di una sublimazione, dai dervisci alla Danza di Shiva degli Yogin, al Chod tibetano, alla danza degli spettri dei Sioux ecc...Nel pensiero antico, il ritmo dei movimenti ed il ruotare, erano una riproduzione della volta del cielo e del ciclo delle esistenze. Queste danze segnano anche la comunione sacra dell'uomo con gli spiriti dei grandi guerrieri vissuti in passato quali Re Tak Sin, Phraya Pichai, Nai Khanom Thom, Re Naresuan il Principe Nero; inoltre rappresenta la marcia verso il punto di intersezione dove cielo e terra si congiungono. Il Ram Awut è una preghiera che il guerriero inoltra con il corpo e con lo spirito; nella trance egli può ancora vedere e sapere ciò che avviene attorno a lui, ma il suo corpo combatte in una sfera spazio - temporale modificata. Soltanto il tamburo della musica Sarama, continua a battere, per condurre ancor più lontano un "viaggiatore" di cui nessuno può più garantire la sopravvivenza. Lì appunto comincia il grande momento religioso del duello rituale. "Chi conosce le Danze vive in Dio", diceva Rumi, grande poeta Sufi, interpretando involontariamente il significato più elevato della loro pratica in questa disciplina.


ELEMENTI DI MEDITAZIONE VIPASSANA’

Vipassana (pali, in sanscrito: vipasyana) una delle due principali forme della meditazione buddhista, detta anche meditazione di visione penetrativa (in inglese insight meditation). A differenza della meditazione samatha, questa forma di meditazione non è finalizzata al raggiungimento di stati di assorbimento meditativo e non ha un carattere astrattivo. Al contrario, la meditazione vipassanà intende sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, affinché se ne colga la reale natura e ci si incammini per tale via verso la liberazione. Il corpo e la mente sono il campo nel quale è possibile scoprire, con una visione attenta, la verità del mondo fenomenico e quella che porta alla sua estinzione.

La tecnica della meditazione vipassana è insegnata dal Buddha nel Discorso sui fondamenti della presenza mentale (Satipatthanasutta), e prevede i seguenti momenti:

Contemplazione del corpo
Consapevolezza del respiro
Consapevolezza delle posizioni del corpo
Consapevolezza delle azioni del corpo
Consapevolezza delle parti del corpo
Consapevolezza degli elementi
Nove contemplazioni del cimitero
Contemplazione delle sensazioni
Contemplazione della mente
Contemplazione degli oggetti mentali
In riferimento ai cinque ostacoli (desiderio sessuale, malizia, indolenza, ansia e dubbio) In riferimento ai cinque aggregati dell'appropriazione (aggregato della materia, delle sensazioni, delle formazioni mentali, delle forze istintive e della coscienza) In riferimento alla sei basi interne e alle sei basi esterne dei sensi (occhi, orecchie, naso, lingua, corpo e mente, e le realtà esterne corrispondenti) In riferimento ai sette fattori del risveglio (presenza mentale, investigazione dei fenomeni, risveglio dell'energia, gioia, serenità, concentrazione ed equanimità). La consapevolezza di sé e del proprio corpo non dev'essere limitata al momento della giornata riservato alla pratica. In qualunque momento della sua giornata, colui che pratica questa forma di meditazione deve sforzarsi di essere consapevole di quel che sta facendo, delle sensazioni che prova e della propria attività mentale. Questa forma di meditazione si è rivelata più adatta della meditazione samatha per la diffusione presso i laici, perché non ha bisogno della quiete di un monastero né di tempi di pratica particolarmente intensi per raggiungere risultati soddisfacenti. Per queste sue caratteristiche, ha raggiunto una apprezzabile diffusione anche in Occidente. Si fa tuttavia presente come il Buddha indicasse in una sinergia tra queste pratiche un cammino credibile in quanto la tecnica della Vipassana senza un preventivo esercizio di concentrazione - Samathi - risulta futile, e pericoloso, quanto andare in battaglia con una spada non affilata.


Le basi della Tecnica

Siedi in silenzio e comincia a osservare il tuo respiro. Il punto di osservazione più semplice è all'entrata del naso. Quando il respiro entra, avvertine il contatto all'inizio del condotto nasale: osservalo da quel punto. Il contatto sarà più facile da osservare, il respiro sarebbe troppo sottile: all'inizio limitati ad osservarne il contatto. Il respiro entra e tu lo senti entrare: osservalo. E poi accompagnalo, seguilo. Scoprirai che a un certo punto si arresta. Si ferma da qualche parte vicino all'ombelico; per un attimo, per un pal, si arresta. Quindi, risale verso l'esterno: seguilo, di nuovo percepisci il contatto del respiro che fuoriesce dal naso. Seguilo, accompagnalo verso l'esterno: di nuovo arriverai a un punto in cui per un attimo brevissimo il respiro si arresta. E il ciclo riprende un'altra volta. Inspirazione, pausa, espirazione, pausa, inspirazione, pausa. Dentro di te quella pausa è il fenomeno più misterioso. Quando il respiro è entrato in te e si è fermato, non c'è nessun movimento: quello è l'attimo in cui si può incontrare Dio. Oppure quando il respiro esce e poi si arresta, e non esiste alcun movimento. Ricorda, non lo devi arrestare tu: si ferma da solo. Se lo interrompi volontariamente, quell'istante ti sfuggirà, perché colui che agisce interferirà e scomparirà il testimone. Tu non devi interferire. Non devi alterare il ritmo della respirazione, non devi né inalare né esalare. Non è come il Pranayama dello yoga, dove tu intervieni per controllare il respiro. Non è la stessa cosa. Non alteri affatto il respiro, lasci spazio al suo fluire naturale, alla sua naturalezza. Lo segui quando esce e lo segui quando entra.

E presto ti accorgerai dell'esistenza di due pause. In queste due pause si trova la porta. E in quelle due pause perverrai alla comprensione, vedrai che il respiro in se stesso non è vita, forse è nutrimento per la vita, come altri cibi, ma non è la vita. Perché quando il respiro si arresta tu sei presente, assolutamente presente: sei perfettamente consapevole, assolutamente cosciente. E anche se il respiro si è arrestato, se il respiro non c'è più, tu ci sei ancora.

Trova un luogo comodo dove sederti per 45-60 minuti. E' bene sedere alla stessa ora e nello stesso punto ogni giorno, ma non necessariamente in un posto silenzioso. Sperimenta finché non trovi la situazione in cui ti senti a tuo agio. Puoi fare una o due sedute al giorno, ma non fare mai una seduta se non è trascorsa almeno un'ora da quando hai mangiato, e aspetta almeno un'ora dopo la seduta, prima di andare a dormire.

È importante sedersi con la testa e la schiena erette. Gli occhi devono restare chiusi e il corpo deve essere il più fermo possibile. Puoi usare un seggiolino da meditazione o una sedia, oppure dei cuscini sistemati come meglio credi. Non esiste una tecnica di respirazione particolare: va benissimo il respiro naturale.

La Vipassana si basa sulla consapevolezza del respiro, per cui si devono osservare semplicemente l'inspirazione e l'espirazione in qualsiasi punto del corpo in cui si riesce ad avvertirne maggiormente la sensazione: all'altezza del naso o dello stomaco o del plesso solare.

Vipassana non è concentrazione e non si tratta di osservare il respiro per un'ora intera. Quando affiorano pensieri, emozioni o sensazioni, oppure quando sorge in te la consapevolezza di un suono, di un odore, o della brezza all'esterno, lascia semplicemente che la tua attenzione li segua. Qualsiasi cosa affiori può essere osservata come una nuvola che scorre nel cielo: non ti ci devi attaccare, nè la devi respingere. Ogni volta che puoi scegliere cosa osservare, torna alla consapevolezza del respiro. Ricorda, non devi aspettarti nulla di speciale. Non esiste successo né fallimento, né vi sarà progresso. Non c'è nulla da capire o da analizzare, ma possono insorgere intuizioni di qualunque tipo. Le domande e i problemi possono essere visti come misteri con cui divertirsi.

PRESENTI AL PRESENTE

Lo scopo della meditazione non è fermare il pensiero, bensì di astenersi, temporaneamente, dal fantasticare. Naturalmente ciò non vale quando occorre progettare, ideare, creare, elaborare, concepire, ecc. Quando non sei impegnato in tali attività dovresti, soltanto, evitare di verbalizzare. Cioè evita di attribuire agli eventuali oggetti che osservi ed in cui t'imbatti il loro nome. Ad esempio, stamane quando hai intravisto il cielo che da grigio diveniva via via più azzurro (azzurro si fa per dire), hai semplicemente osservato le circostanze senza dire: ecco il cielo, ecco il grigio plumbeo, ecco il grigio tenue, .... , ecco l'azzurro, ecco mi sto sentendo così o cosà, ecc. Hai osservato, hai sentito di essere, percepito l'essenza, ecc.

Astenersi dal fantasticare andrebbe inteso in questo senso, ma sono certo che tu lo fai già: quando si agisce ci si limita a rimanere con le cose così come sono, senza identificarcisi eccessivamente o proiettare significati che non hanno; quando non si agisce bisognerebbe esser presenti a se stessi in modo da non lasciarsi sedurre dal costruire futili castelli in aria (tranne, come abbiamo già detto, il caso in cui si stia progettando qualcosa di concreto), ma riposare "senza scegliere".

Approcci meditativi
Apparentemente esisterebbero due approcci meditativi.

Il primo, cominciare con un'osservazione distaccata di tutto ciò che si presenta, esattamente così com'è. Si parte, ad esempio dal respiro, ma pure da qualunque altro fenomeno, lo si osserva, ma se per caso l'attenzione si rivolge ad altro allora nulla d'irrimediabile ... non appena ci s'avvede della disattenzione si ritorna all'oggetto d'indagine iniziale. Ho parlato del respiro, ma la cosa vale altrettanto in termini esistenziali con la domanda "chi sono io?" o con altri metodi (trucchi).

Il secondo, diventare tutt'uno con la cosa osservata, l'oggetto, l'evento, sino al punto in cui subentri, e senza che sia stato per nulla richiamato preventivamente in gioco, il sé testimone. Questo è, ad esempio, il caso delle meditazioni dinamiche in cui il relax sopravviene solo dopo che si sia raggiunto un certo impegno applicativo. Tuttavia si può anche verificare a seguito di quelle circostanze che richiedono un certo grado di vigilanza. In altre parole non ci si può rilassare davvero se prima non ci si è relativamente applicati. Il relax comporta un riavvicinamento spontaneo, e non forzato, a se stessi.

In un modo o nell'altro, sia che preghi, o siedi senza far nulla, cioè fluendo con l'esistenza e osservando con distacco senza praticare apparentemente alcun metodo, sia che ti adoperi perché intuisci che v'è un quid da conoscere ed esplorare, il risultato sarà sempre identico. Accadrà senza che tu l'abbia voluto, soprattutto quando avrai smesso di desiderarlo. Non puoi partire con la pretesa di farlo tuo, di afferrarlo, altrimenti lo mancheresti. Ti astieni da un metodo, ma in effetti stai praticando il non-metodo. Ti applichi, ma ti sovvieni che finché ci sarai tu a sforzarti l'esistenza si dimostrerà riluttante. Che fare?

Nulla, ciò che conta è essere presenti a se stessi nel momento in cui compi una determinata azione, essere qui e ora, ma con distacco, senza cercare di assimilare mnemonicamente il sia pur incantevole flusso delle circostanze ...

L'esercizio è l'osservazione, che potremmo rivolgere alla postura o al respiro, come a tutto ciò che subentra, anche temporaneamente nel campo di coscienza. Un'osservazione sincera conduce immancabilmente a creare una distanza tra l'osservatore e la cosa osservata. Tuttavia se persisti tale distanza si annulla. Verrà il momento in cui non ci sarà differenza tra colui che osserva e un'eventuale oggetto. Un altro punto importante è non fissarti rigidamente su di un solo oggetto, ma lasciare che la mente sia spontanea. Nessuna costrizione, un po' più di fiducia ed il meglio prevarrà comunque. E se la mente intende svolazzare di continuo, ben venga. Prima o poi si stancherà e convergerà su qualcosa, oppure persino direttamente su se stessa.

Il mio modo di osservare non è una tecnica, mi sembra quasi un'arte. La mia qualità di osservazione non è più come agli esordi. Personalmente ne ho ricavato innanzitutto una certa calma ... E' il massimo cui aspiravo. Quando sento parlare di risveglio e illuminazione sono perplesso e li intendo in senso lato, cioè come descrizioni simboliche di sensazioni poco esprimibili, senza dubbio affatto rappresentabili ...

Riflessioni
La meditazione, intesa come metodo, non è una panacea universale adatta a qualunque tipo d'individuo. Io l'ho trovata soddisfacente perchè mi ha permesso di raggiungere un buon equilibrio senza sforzi e autoimposizioni eccessive. Ho cercato il discernimento prestando maggiore attenzione e tentando di diventare, nei limiti del possibile, più consapevole. Ho provato a capire ... Ma dapprincipio non è stato affatto bello. Infatti mi sono reso conto ben presto della terribile ipocrisia imperante, dei condizionamenti continui per rimaner sottomessi agli innumerevoli interessi precostituiti. La meditazione mi sembra una possibile risposta globale alla pseudo-spiritualità plurisecolare e violenta che ha imperversato per millenni. I frutti che ho riscontrato nel mio intimo sono stati, innanzitutto, pacificazione interiore, rispetto e compassione per gli esseri viventi, maggiore tolleranza, amorevolezza, propositi costruttivi e tendenza all'operosità concreta. Quindi, se da una parte ho smesso di credere alle favole, dall'altra ho scoperto che la vita stessa è una favola ben degna d'esser vissuta al meglio delle proprie possibilità. Ho scoperto che il vero valore sono le risorse interiori e non le prediche melliflue di chi, in effetti, ti vuol possedere per abbindolarti dichiarando, invece, di volerti salvare. Ho scoperto che non abbiamo nessun peccato originale, ma che l'origine di tutti i peccati consiste nella menzogna. Epilogo
Comincia a rammentare che non sei tu a dover meditare, ma dovresti attendere che la meditazione accada. In genere facciamo il possibile per predisporci affinché un certo evento si verifichi, ma il seguito dovrà venir da sé. Se avrai la giusta pazienza .... quindi non è questione di tecnica, ma di saper attendere con diligenza qualcosa che potrebbe non succedere mai ... è un rischio, potresti perdere il tuo tempo, gettarlo alle ortiche ... non sarebbe meglio una salutare passeggiata tra il fatidico smog di qualche insalubre italico contrado? Il momento presente è il maestro più efficace ed esigente con cui si possa venire a contatto nella vita. È un maestro compassionevole: non giudica, non critica, non tiene conto dei successi né dei fallimenti. Il momento presente è uno specchio, nel cui riflesso impariamo a vedere. Imparare a guardare in questo specchio senza ingannarci è la fonte di tutta la saggezza. In questo specchio vediamo che cosa contribuisce alla confusione e alla discordia nella vita e che cosa contribuisce all'armonia e alla comprensione. Vediamo, di momento in momento, la connessione fra il dolore e la sua causa; vediamo il legame fra l'amore e la sua origine. Vediamo che cosa ci collega e che cosa ci scollega. LA SEZIONE AUREA O “LA DIVINA PROPORZIONE” IN BREVE

L'avevo quasi dimenticata in tutti questi anni, dopo averne sentito parlare in età scolastica, ma qualche anno fa accadde di leggere l'articolo che segue e ancora una volta sono rimasto stupito: un piccolo numero, indicante un misterioso rapporto è il segreto del'armonia che regna nella realtà, nell'infinitamente grande e nell'infinitamente piccolo. Mi sono rammentato allora una frase del grande Einstein: occorre inchinarsi davanti all'insondabile mistero ("chi non ammette l'insondabile mistero, non è nemmeno uno scienziato"). La medicina s' imbatte nella «sezione aurea» l' enigma del Creato. Scultori, pittori e architetti greci e romani erano convinti che questa dimensione racchiudesse l' enigma del Creato. E Da Vinci dimostrò che è anche la misura del corpo perfetto. Dai fiori agli animali la successione si riscontra in molti organismi viventi: pesci, uccelli, farfalle e nella complessa geometria del fiore di girasole. Stando ai risultati di una vasta inchiesta di un' università austriaca (ben 150.000 soggetti di entrambi i sessi controllati e seguiti per anni), hanno miglior salute e speranza di vita più elevata coloro che hanno un rapporto tra pressione arteriosa massima e minima pari a 1,618. Il curioso è che, a quanto pare, i medici che hanno pubblicato i dati dell' indagine non erano consapevoli del fatto che non si tratta di un rapporto numerico «qualunque» e si sono sorpresi quando qualcuno ha rivelato loro di che si trattava. Che cos' è, infatti, questo 1,618? Gli strumenti elettronici ne mostrano sempre più la presenza, ma era già ben noto agli antichi, che lo legarono al Sacro, chiamandolo «proporzione divina» o «sezione aurea». Per spiegarsi con l' esempio più semplice: da un bastone di un metro se ne taglino 38,2 centimetri, lasciandone dunque 61,8 centimetri. I due pezzi sono così in una dimensione armonica tra loro: in effetti, il rapporto tra il pezzo più lungo e il più corto è eguale al rapporto tra il pezzo più lungo e il bastone quando era intero. Questo rapporto è costante ed è sempre di 1,618, per dare solo i tre primi decimali. Questo numero è ancor più enigmatico di quanto non apparisse agli antichi che non conoscevano, pare, la «successione di Fibonacci», dove ogni cifra è data dalla somma delle due precedenti: 0,1,1,2,3,5,8,13... Sin dall' inizio, il rapporto tra due numeri successivi della serie si avvicina al valore esatto e, a partire da 34, diviene pari alla «sezione aurea» e tale resta all' infinito, diventando sempre più preciso. È certo che scultori, pittori e architetti greci e romani - e, forse, ancor prima egizi - si servirono largamente della «proporzione divina», tanto che secondo molti critici starebbe qui il segreto dell' armonia inimitabile di quelle opere d' arte. Forse la Grande Piramide di Cheope, certamente il Partenone di Atene, l' Arco di Costantino il Pantheon di Roma, l' acquedotto di Segovia e del Gard e molto altro hanno dimensioni calcolate in 1,618. Le Corbusier, forse il più celebre costruttore del secolo scorso, pur comunista e ateo, si fece apostolo della «proporzione divina», sostenendo che era il segreto per ritrovare una architettura a misura d' uomo. Partendo da quella dimensione armonica voleva disegnare case da abitazione e città intere, certo di contribuire così alla «pacificazione interiore». Comunque, gli artisti antichi non facevano che rifarsi al Creato che li circondava, secondo la legge classica: natura magistra artis, la natura maestra dell' arte. In effetti era noto ai sapienti dell' era classica quanto siamo in grado di stabilire oggi con gli strumenti elettronici: quel rapporto che fa sì che una parte sia in proporzione armonica col tutto è presente nella fisica, nella botanica, nella zoologia, nella mineralogia, nella chimica. Come mostrò Leonardo con il celeberrimo disegno ispirato a Vitruvio, lo stesso corpo umano, quando le sue proporzioni sono perfette, è tagliato alla vita secondo il «numero d' oro» e nel medesimo rapporto stanno le varie parti tra loro, dal naso all' alluce. Secondo valori che coincidono o si avvicinano all' 1,618 (o secondo dimensioni che rispettano la «sequenza di Fibonacci», legata direttamente a quel rapporto) sono molti altri organismi viventi, dai pesci, agli uccelli, alle farfalle. Sino al caso particolarmente evidente della stella di mare a cinque punte che non per nulla, con il pentagono che ne deriva, è antichissimo simbolo religioso - e poi massonico - perché tutto basato su questa misura. Così come molte conchiglie, cioè spirali logaritmiche rette dagli stessi rapporti presenti pure in botanica, a partire dalle foglie le quali, tra l' altro (lo si è scoperto di recente) con questa disposizione godono della migliore insolazione. Il caso più sorprendente, analizzato al computer, è il fiore di girasole, con le sue migliaia di gialli semi disposti in perfetta successione «alla Fibonacci». Bisogna guardarsi, certo, da forzature apologetiche e riconoscere che non tutto, nella natura, è misura ed armonia. L' ordine sembra convivere con il disordine, almeno apparente. Ma c' è da capire coloro che, dai tempi pagani sino ad oggi - in ambienti non solo cristiani ma anche ebraici, musulmani, buddisti, non dimenticando la tradizione delle Logge - dicono di scorgere nella «sezione aurea» le impronte digitali del Deus absconditus, del Dio che si cela e al contempo si rivela, lasciando tracce, indizi, segnali nella Sua creazione. La scoperta attuale dei ricercatori austriaci della presenza del «numero divino» nella circolazione del sangue, simbolo stesso della vita umana, sarà ulteriore conferma per chi crede di scorgere qui un enigma su cui indagare e meditare. Io sto cercando con il Taran Devak di costruire catene cinetiche e moduli motori interamente costruiti secondo queste proporzioni. Non solo ne stanno uscendo geometrie perfette per il combattimento estremo, ma anche movimenti naturalmente armoniosi che, stimolando il sistema immunitario, quello endocrino, anche attraverso la produzione di endorfine, donano benessere e salute in coloro che praticano questa disciplina. La successione di Fibonacci è onnipresente in natura. Quasi tutti i fiori hanno tre o cinque o otto o tredici o ventuno o trentaquattro o cinquantacinque o ottantanove petali: i gigli ne hanno tre, i ranuncoli cinque, il delphinium spessone ha otto, la calendula tredici, l'astro ventuno, e le margherite di solito ne hanno trentaquattro o cinquantacinque o ottantanove. Troviamo i numeri di Fibonacci anche nei fiori di girasole. Le piccole infiorescenze al centro di girasole, che poi si trasformano in semi, sono disposte lungo due insiemi di spirali che girano rispettivamente in senso orario e antiorario. Spesso le spirali orientate in senso orario sono trentaquattro e quelle orientate in senso antiorario cinquantacinque; ma a volta sono rispettivamente cinquantacinque e ottantanove, o addirittura ottantanove e centoquarantaquattro, e si tratta sempre di numeri di Fibonacci consecutivi (il cui rapporto si approssima alla sezione aurea). Se si disegna un rettangolo con i lati che stanno in rapporto aureo fra di loro, lo si può dividere in un quadrato e un altro rettangolo, simile a quello grande nel senso che anche i suoi lati stanno fra loro nel rapporto aureo. A questo punto il rettangolo minore può essere diviso in un quadrato e un rettangolo che ha pure i lati in rapporto aureo, e così via. La curva che passa per vertici consecutivi di questa successione di rettangoli è una spirale che troviamo spesso nelle conchiglie e nella disposizione dei semi del girasole sopra descritta e delle foglie su un ramo. Questo rettangolo ha proporzioni esteticamente molto gradevoli. La sezione aurea non è presente solo nella natura ma anche nell'arte, come ideale classico della bellezza. C'è qualcosa di divino in essa, tant'è vero che l'odierna Fibonacci Society è diretta da un sacerdote e ha sede presso il St. Mary's College in California. La società si dedica alla ricerca di esempi di sezione aurea e di numeri di Fibonacci nella natura, in arte e in architettura, basandosi sulla convinzione che il rapporto aureo sia un dono di Dio al mondo. La sezione aurea è presente come ideale di bellezza nel Partenone di Atene; il rapporto fra larghezza e lunghezza nel Partenone corrisponde alla sezione aurea. Nella Grande Piramide di Giza, costruita molti secoli prima del Partenone, il rapporto fra l'altezza di una faccia e metà di un lato della base corrisponde ancora una volta alla sezione aurea. Il papiro egizio Rhynd parla di "proporzione sacra", e diverse statue antiche, al pari di molti dipinti rinascimentali, presentano proporzioni uguali alla sezione aurea, o divina proporzione. La sezione aurea viene ritenuta un ideale di bellezza che vale anche al di là dei fiori e dell'architettura. In una lettera scritta alla società qualche anno fa, un membro della Fibonacci Society spiegava che una persona nota per cercare la sezione aurea un po' ovunque aveva chiesto a diverse coppie di fare un esperimento: il marito avrebbe dovuto misurare l'altezza dell'ombelico della moglie, dividendo poi la misura ottenuta per la statura. Secondo lo scrivente, il risultato si avvicinava a 0,618 per tutte le coppie. IL Taran Devak è costrutito come un frattale, con catene cinetiche spiraliformi che cercano di rispettare queste proporzioni.



EVOLUZIOONE DEL TARAN DEVAK:
“L’arte della guerra, per un mondo senza guerra”

“La mente è come un paracadute, funziona solo se aperta”

“Penso che nella vita di ciascuno di noi ci sia un avvenimento importante, come un colpo di fulmine, qualcosa che ci impressiona fortemente e condiziona la nostra vita”.

L’Arte Marziale per me è l’interiorizzazione di un armonia interiore. La disciplina del Taran Devak (Folgore Divina, Lampo che illumina la mente, comprensione istantanea) nasce da un processo costante di crescita nell’arte marziale, intesa in modo globale, nel corso di più di quarant’anni di studio. Cosa intendo per globale? Le arti marziali esistenti sono moltissime e sono diversissime per contenuti. Molte si sono oramai completamente lanciate nell’ambiente dell’agonismo estremo, altre invece hanno perso completamente efficacia riducendosi a sistemi meditativi alternativi allo Yoga (vedi Tai Ch’i, Aikido e Pa Kwa). Altre non seguono nessuna di queste due strade ma si limitano ad una estetica estremizzata (Wu Shu, Musical Form, Karate acrobatico). Nessuna di esse di per se è buona o cattiva, migliore o peggiore e sicuramente tutte sono interessantissime ancorché limitate dalla scelta operata. Un’arte marziale, così come io la concepisco, dev’essere paragonabile ad un diamante con molte sfaccettature. Ognuna di esse ne rappresenta un aspetto: combattimento mani nude, con armi, meditazione, tecniche di respirazione, estetica/acrobatica, medicina, alimentazione, filosofia ecc…). Un sistema completo, quale vorrebbe essere il Taran Devak, dovrebbe contenerle tutte in egual misura e profondità. Il diamante rimane sempre uno benché i suoi aspetti possano essere molteplici e sfaccettati. Uno degli scopi che mi ero proposto era quello di riportare unità nella frammentazione dei modelli marziali esistenti. Non c’è nessun motivo perché una persona che ama il Muay Thai e desidera studiare tecniche di meditazione o di Ch’i Kung, respirazione, debba cambiare disciplina e darsi allo Yoga. Non c’è ragione alcuna perché un esperto in coreografie marziali acrobatiche non possa apprendere anche delle tecniche altamente distruttive, senza dover cambiare disciplina e mettersi in gioco nuovamente ricominciandone da capo, ex novo, un’altra di nuova. E’ dispersivo ed insensato. Ognuno di noi, nel corso della propria vita, subisce profonde trasformazioni. Ciò che fino a ieri mi interessava sopra ogni cosa, oggi improvvisamente non mi interessa più o comunque molto di meno. Perché devo cambiare completamente arte, scuola e disciplina? Non si possono coniugare tutti questi aspetti in modo coerente, dentro un unico contenitore? Perché io che ho sempre insegnato Krabi Krabong, negli ultimi vent’anni, dovrei mandare via uno studente che mi richiede di apprendere degli esercizi di marziali di coreografia acrobatica? Perché dovrei mandare via un possibile allievo, che viene per apprendere tecniche di meditazione e autoconsapevolezza, attraverso lo studio della mia specialità? Ho riflettuto a lungo e ho deciso di mettere a frutto la mia lunga esperienza. Quarantuno anni di arti marziali possono sembrare a qualcuno pochi, ma sono pur sempre circa la metà della vita di una persona. Ho accumulato e collezionato una moltitudine incredibile di conoscenze che spaziano dai miei 23 anni di studio delle arti cinesi del Kung Fu tradizionale, con i suoi stili duri e morbidi, agli altri 20 di Krabi Krabong e Mae Mai Muay Thai sotto la guida del Maestro Thonglor Trairat. Ho studiato centinaia di libri che trattavano di esoterismo, storia, alchimia, filosofia, psicologia, pedagogia, fisica e quant’altro. Ho seguito molti percorsi di crescita personale che mi hanno aiutato a sbloccare l’energia corporea, a sentirmi più libero emozionalmente, a comunicare con più efficacia e a sviluppare un rapporto costruttivo con l’inconscio. Ritengo ora il momento di mettere a frutto tali competenze, evitando di cadere nell’errore tipico della miscela caotica, disorganizzata e spessissimo incoerente. Ho metabolizzato per anni tutti questi insegnamenti, lasciandoli fondere, filtrare, decantare per poi rimetterli sul fuoco, solverli, filtrarli, purificarli come un moderno antropologo/alchimista moderno. Agli inizi, rifiutati tutti i prodotti della cultura occidentale, per la quale provavo solo disgusto e noia, mi sono gettato a capofitto, anima e corpo, nelle filosofie orientali. Dopo essere partito per un viaggio personale in questo universo filosofico asiatico e averne rilevato non solo le qualità ed il valore, ma anche tutte le contraddizioni e le incoerenze, sono tornato alle mie origini. Come diceva nonno Socrate, è stato un processo a spirale di tesi, antitesi e sintesi. Sintesi che poi si è tramutata alchemicamente in una nuova tesi e via di seguito. Ho fatto dunque un balzo al passato, al mio passato storico e archetipo. Ho cercato le tracce dell’unità che poteva trasformare una mole enorme di conoscenze e dati in una struttura lineare e coerente che potesse essere davvero uno strumento moderno di conoscenza nell’arte marziale, pur mantenendo radici salde nel passato. Combattere significa mettere in gioco se stessi e conoscersi ad un livello molto profondo. Insegnando Krabi Krabong, ho capito ben presto che per aiutare un praticante ad esprimere le sue potenzialità, sono necessari strumenti che vanno oltre le mere conoscenze tecnico-marziali. Ho compreso che sono finiti i tempi delle strutture rigide, non è più possibile in un’arte marziale, avere un programma didattico rigido che risponda alle necessità dei suoi praticanti. Ogni individuo è unico nell’universo ed ha un proprio carattere ed una propria indole, così mi sono chiesto: come si può sviluppare una disciplina unitaria, che possa anche assolvere la funzione di soddisfare le esigenze di tutti i praticanti, indipendentemente dal loro carattere e dalla loro natura? Malgrado il mal di testa a forza di spremermi le meningi, sapevo che una risposta doveva pur esserci, ho passato anni sentendomi sempre lì li, ad un passo per trovarla. Poi, studiando il pensiero degli antichi filosofi greci ho capito. Andava individuata una griglia simbolica, alchemica, entro la quale porre in essere tutti i parametri fondamentali della personalità di un individuo. Una griglia in grado di comprendere tutte le più disparate tipologie di persona alle quali far associare armonicamente un corrispettivo insieme di tecniche e modelli cinestetici marziali. La teoria classica dei 4Elementi rispondeva perfettamente a questo, pur non essendo di asiatica origine. Simbolicamente il numero quattro ci porta al livello della manifestazione, di materia e sostanza. La parola "natura" significa "ciò che è nato", e tutte le nascite in natura sono simbolizzate dall'incrocio degli opposti. Questo è il motivo per cui usiamo il termine "croce della materia", che ci limita nella nostra esistenza finita sia nel tempo che nello spazio, che è espressa dal simbolo per la Terra stessa, la croce all'interno del cerchio: Sono i quattro orientamenti primari, nord, sud, est ed ovest, che ci danno le nostre inclinazioni e che rendono lo spazio e il tempo comprensibili. Ciascun tema natale è anche il riflesso del simbolo della Terra, dal momento che descrive esattamente la natura dello specifico, solido, concreto mondo materiale in cui ciascuno di noi è nato e attraverso cui ciascuno di noi manifesta se stesso. La nostra carta natale astrologica descrive il momento nel tempo e nello spazio in cui ciascuno di noi inizia un'esistenza fisica separata. Sia che rimaniamo connessi ai regni dello spirito e dell'anima, da questo momento in poi siamo letteralmente fisicamente soli nei nostri corpi separati e fisicamente mortali, il che implica che un giorno moriremo. Il momento della nascita è perciò un evento fondamentale, e il momento in cui i nostri temi natali sono divisi in quadranti da due coppie di opposti - est/ovest orizzonte (ASC/DIS) e nord/sud meridiano (MC/IC). E' stato il filosofo e matematico greco Empedocle (c.a 450 a.C.) a stabilire per primo il sistema dei quattro elementi primari, fuoco, aria, acqua e terra. Attingendo al lavoro dei suoi predecessori, la sua proposta, la sua ipotesi era basata molto semplicemente e molto razionalmente sull'osservazione delle qualità del mondo fisico, che si dividevano in due coppie di opposti: umido e secco, caldo e freddo. Il fuoco era considerato il risultato della combinazione di secco e caldo, l'aria era creata da caldo e umido, l'acqua da freddo e umido e la terra da freddo e secco. Ciascuno dei quattro elementi era anche associato con una delle quattro stagioni. La terra era considerata l'elemento più denso e pesante, sul quale si stende l'acqua - il mare, i laghi e i fiumi. Sia la terra che l'acqua hanno massa e peso, e la loro direzione è rivolta verso il basso, il che spiega perché i due elementi vengono associati agli attributi negativo, femminile, yin. Sopra la terra e l'acqua c'è l'aria con il movimento naturalmente rivolto verso l'alto e sopra l'aria i cieli infuocati, il sole, le stelle e i pianeti, il che spiega perché gli elementi di aria e fuoco vengono associati con gli attributi positivo, maschile, yang . I Greci erano convinti che la vita stessa dipende da una combinazione dei quattro elementi. La terra è la sostanza o corpo fisico e il cibo che è necessario per mantenersi in vita. L'acqua è essenziale per la vita e il maggiore componente dei nostri corpi e della vita stessa. La respirazione, inspirare ed espirare , è un'altra condizione centrale della vita così come il calore e la luce del Sole. Dal momento che questi quattro elementi esistevano nel mondo esterno, ne conseguiva che esistevano anche all'interno di ciascun essere vivente. La forza vitale stessa, la forza che tiene insieme in un essere vivente è la quintessenza, o il quinto principio o il prana o qualsiasi termine usiamo per descrivere la forza vitale. Si pensava che quando un essere vivente moriva, ciascuno degli elementi ritornava alla sorgente fisica e la quintessenza, o forza vitale, alla sua sorgente eterna. Questa è la base del sistema dei quattro elementi. Il quinto elemento è conosciuto come la "quintessenza", la forza stessa che tiene insieme tutti i quattro elementi in un essere vivente. Potremmo descrivere la quintessenza come entità che include sia lo spirito che l'anima, che sono descritti nei primi tre livelli della Tetractis. Alla morte, l'anima è liberata dal corpo ed è riunita con lo spirito, con la sorgente dalla quale è originariamente emersa. Queste idee appartengono alle scuole di pensiero ermetica e neoplatonica e sono state trasmesse attraverso i secoli dalla saggezza tradizionale. La salute fisica e psicologica era considerata il risultato dell'equilibrio degli elementi all'interno dell'individuo e la malattia il risultato di un pronunciato disequilibrio. L'oroscopo indica la naturale enfasi degli elementi con cui siamo nati - e ogni squilibrio marcato spiega molto bene il nostro particolare modo di funzionare nel mondo.


Gli elementi e i quattro umori

L'idea dei quattro temperamenti o umori era stata proposta attorno al 400 a.C. da Ippocrate alla grande scuola medica sull'isola di Kos. La medicina greca era basata sui quattro umori, un sistema che era usato anche per descrivere il temperamento umano, la psiche e la psicologia. Questo sistema si è fatto strada nel nostro linguaggio e, sebbene stiano diventando gradualmente obsoleti, noi usiamo ancora le parole flemmatico, sanguigno e melanconico per descrivere il temperamento di qualcuno o quando ci riferiamo a qualcuno definendolo "temperamentale". Allo stesso modo noi diciamo che una persona è "nel suo elemento" oppure "di buon umore" o "di cattivo umore". Potete vedere da questo modello come veniva spiegata originariamente la connessione psicosomatica. Il termine "psicosomatico" è spesso usato in modo dispregiativo per descrivere qualcuno che pensiamo sia ipocondriaco. Tuttavia, la parola descrive la fondamentale connessione tra la "psiche" e il "soma", o tra il corpo e la mente o l'anima. I Greci non avrebbero mai pensato di separare la condizione fisica di un paziente da quella emotiva, e in questo senso la loro medicina era veramente olistica. Questo sistema di classificazione è stato usato nell'Europa medievale e rinascimentale e può tranquillamente affiancarsi all'astrologia. In realtà, lo studio dell'astrologia era un requisito del percorso formativo dei medici. I quattro elementi in astrologia.

Ora che abbiamo raggiunto il livello dei quattro elementi, possiamo aggiungere lo strato finale alla descrizione dei dodici segni dello zodiaco. Ancora una volta, la descrizione della nostra struttura dal punto di vista degli elementi e psicologica si riflette nel nostro linguaggio. L'elemento terra è letteralmente tangibile, solido, stabile, affidabile, supporta, è pesante e concreto. E queste sono le stesse parole che potremmo usare per descrivere una persona con un'enfasi di pianeti nei segni di terra. Potremmo persino dire che "hanno i piedi ben piantati per terra" o che sono "terra terra". Allo stesso modo nei temi natali dove l'elemento terra è debole o assente, potremmo essere tentati di suggerire alle persone interessate di essere realistiche o dire loro "non hanno i piedi ben piantati a terra". Il fuoco è letteralmente caldo, divorante, radioso, volatile, espansivo ed esplosivo. Tutte queste parole possono essere usate per descrivere una persona con un'enfasi planetaria in segni di fuoco. L'aria può essere una brezza o uno spiffero, secca o stantia, parole che possono essere usate per descrivere una persona con un'enfasi planetaria nei segni d'aria. Una persona simile può essere "un soffio d'aria fresca" o "gonfia di sé" o avere un "secco senso dell'umorismo". L'acqua è umida, fluida, scorre, dissolve, straripa, gocciola, è tempestosa, supporta e cura, tutte parole che possono descrivere una persona con un'enfasi in segni d'acqua. Una persona simile potrebbe essere descritta come una "goccia che cade", "umida" o "fluida". I quattro elementi in alchimia sono ritratti in Philosophia reformata (1622) di Johann Daniel Mylius mentre rappresentano I quattro stadi dell'opus alchemico. Da sinistra a destra sono terra, acqua, aria e fuoco.

Gli elementi:

Terra: Din
In natura è rappresentata da cristalli, minerali e fossili. Nello zodiaco astrologico corrisponde nella sua essenza alla Terra del Capricorno, che è spoglia, dura e severa. Per analogia, è riferibile a valori di stabilità, fissità, rigidità, durata, struttura, concentrazione. Acqua: Naam
In natura è rappresentata dall’acqua del mare, a quella materia originaria da cui è scaturita ogni forma di vita. Nello zodiaco astrologico corrisponde nella sua essenza all’acqua dei Pesci, che raccolgono tutte le acque del mondo: acqua piovana, acque fluviali, acque lacustri. Per analogia, è riferibile a valori di adattabilità, ricettività, dissoluzione, impregnazione, assimilazione. Fuoco: Fài
In natura è rappresentato da una fiamma montante o dal fulmine del cielo. Nello zodiaco astrologico corrisponde nella sua essenza al fuoco dell’Ariete, selvaggio, indomito, primordiale. Per analogia, è riferibile a valori di motilità in cui sono all’opera forze creative, di trasformazione, ma anche distruttive. Aria: Lom
In natura è rappresentata da gas leggeri, impalpabili, volatili, inafferrabili. Nello zodiaco astrologico corrisponde nella sua essenza all’aria dei Gemelli che esprime il massimo della mobilità. Per analogia, è riferibile a un principio d’espansione illimitata nello spazio, alla circolazione, animazione, respirazione.

Sarebbe però erroneo e riduttivo ricondurre gli elementi a sostanza materiale. Gli antichi lo sapevano bene, e Marie Louise von Franz lo rimarca nel suo Alchimia quando scrive: «Gli elementi e le qualità possono venir disposti secondo molte varianti diverse. Naturalmente questi schemi non corrispondono alla realtà materiale. Già gli antichi si rendevano conto che si trattava di una semplificazione inadeguata dei fenomeni della materia. Se si va un po’ più a fondo, lo schema dei quattro elementi si rivela insufficiente, come tutti i modelli che vengono proiettati sulla realtà per darle un ordine. Anche i primissimi alchimisti – Zosimo, ad esempio – dicevano questo, ossia pensavano ai quattro elementi non come alla struttura della materia, ma come a un modello mentale, a una griglia simbolica proiettata su di essa: essi ritenevano che attraverso le quattro qualità proiettate sulla materia si vedesse chiaramente un’immagine della totalità.» Anche Barbault ci mette sull’avviso: «L’elemento non deve essere inteso come una sostanza, una materia prima o ultima, sebbene come un processo vitale. [...] Gli elementi sono pure forze energetiche. L’Acqua non è quindi tanto il liquido quanto la forza di rilassamento e dissoluzione che genera lo stato di molle fluidità. L’Aria non è tanto un gas quanto la forza centrifuga la cui potenza di compressione, quando si diffonde, conduce il corpo allo stato di fluido elastico, che occupa il maggior spazio possibile. Più che lo stesso corpo solido, la Terra è la potenza di coesione che, nella sua forza centripeta, costruisce la solidità del corpo concentrato, ridotto al suo spazio essenziale. E se il Fuoco è l’igne, lo è in quanto agente di penetrazione e di trasformazione degli altri elementi...» I QUATTRO ELEMENTI, QUALITA’, TEMPERAMENTI

Recita l’assioma di Maria Prophetissa: “l’Uno diventa Due, i Due diventano Tre, e per mezzo del Terzo, il Quarto compie l’Unità”. Vorrei aprire così questa relazione, con il richiamo a questo assioma invero un po’ oscuro, che ha ripetutamente attratto l’attenzione di uno Jung costantemente affascinato dal simbolismo del quaternario (cfr., tra gli altri, Aion). Scrive Jung in Mysterium coniunctionis, attingendo ad antichi testi: «Nostro padre Adamo e i suoi figli (...) furono creati infatti a partire dai quattro elementi”, dice la Turba. Nel suo Libro delle Bilance Gabir ibn Hayyan afferma: A proposito della creazione del primo essere, il Pentateuco dice che il suo corpo fu composto da quattro cose, che in seguito si trasmisero per eredità: il caldo, il freddo, l’umido e il secco. Esso infatti fu composto di terra e di acqua, di uno spirito e di un’anima. La secchezza gli proviene dalla terra, l’umidità dall’acqua, il calore dallo spirito e il freddo dall’anima. Nella siriana Grotta dei tesori si riferisce: Ed essi videro che egli prese un granello di polvere da ogni parte della terra, e una goccia dall’acqua di ogni natura, e un alito di vento da tutta l’aria che è in alto, e un briciolo di calore dal fuoco di ogni natura. E gli angeli videro che quei quattro deboli elementi, ossia il freddo, il caldo, il secco e l’umido, vennero posti nell’incavo della sua mano. Allora Dio formò Adamo.» In realtà, come vedremo meglio in seguito, ambedue i brani citati menzionano le qualità prime piuttosto che gli elementi; l’idea di base è peraltro assai evidente, come lucidamente espone il grande astrologo francese André Barbault nel brano che segue : «La condizione antropocosmica che si trova alla base dell’idea primaria dell’astrologia – il concetto che il nostro essere e l’universo sono consustanziali – porta l’uomo a considerarsi - in seno ad un mondo in cui egli s’incorpora, nell’ambito di una stessa unità sostanziale - come un prodotto della natura, impastato con l’argilla della sua materia vivente, fatto della sua stessa essenza ed assoggettato alle sue stesse leggi. Non c’è dunque da stupirsi che si ritrovi in esso una tetrade di proprietà assimilabili ai ritmi quaternari della natura e delle loro fasi vitali:
- quattro tempi della giornata: mezzanotte, levata, culminazione e tramonto del Sole
- quattro settimane del mese: luna nuova, primo quarto, luna piena e ultimo quarto
- quattro stagioni dell’anno: primavera, estate, autunno e inverno»
Ritorniamo ancora al Mysterium coniunctionis, l’ultima grande opera del Maestro zurighese. In essa troviamo questo passaggio dell’alchimista Blaise de Vigenère :
«L’uomo dunque, che è l’immagine del macrocosmo e che perciò viene chiamato microcosmo o piccolo mondo (così come il mondo, che è fatto a somiglianza del suo archetipo ed è composto da quattro elementi, viene detto il grande Uomo), ha anch’esso il suo cielo e la sua terra. Infatti l’anima e l’intelletto costituiscono il suo cielo, mentre il corpo e i sensi sono la sua terra. Conoscere il cielo e la terra di un essere umano è esattamente lo stesso che avere la conoscenza piena e completa del mondo intero e delle cose della natura.» Il numero quattro richiama quindi subito alla mente l’idea di completezza, di totalità. «La quaternità è un archetipo, che appare per così dire universalmente. Essa è la premessa logica per ogni giudizio di totalità.» Commentando la carta dell’Imperatore del mazzo dei Tarocchi, Sallie Nichols produce il seguente elenco di quaternari, senz’altro suscettibile di ampliamento:
Quattro punti cardinali
Quattro angoli della terra
Quattro venti del paradiso
Quattro fiumi dell’Eden
Quattro qualità degli antichi (caldo, secco, umido, freddo)
Quattro temperamenti (sanguigno, flemmatico, collerico, melanconico)
Quattro angeli (Michele, Raffaele, Gabriele, Uriel)
Quattro bestie dell’Apocalisse
Quattro elementi (terra, aria, fuoco, acqua)
Quattro ingredienti alchemici (sale, zolfo, mercurio, azoto)
Quattro stagioni
Quattro figure geometriche di base (cerchio, linea, quadrato, triangolo)
Quattro fasi lunari
Quattro lettere dell’alfabeto ebraico che compongono il sacro nome di Dio (Yod, He, Vau, He)
Quattro operazioni dell’aritmetica
Quattro virtù cardinali (giustizia, prudenza, temperanza, forza)
Da parte mia, vorrei aggiungere a questo elenco anche i quattro fiumi infernali (Acheronte, Stige,Flegetonte e Cocito), i quattro fiumi del paradiso (Pisone, Gihon, Hiddekel, Eufrate), le quattro chiavi di lettura della Divina Commedia (letterale, allegorica, morale e anagogica). La teoria dei quattro elementi viene generalmente attribuita ad Empedocle, sul cui conto disponiamo poche notizie tramandateci da Diogene Laerzio nel suo “Le vite, le opinioni, gli apoftegmi dei filosofi celebri”, opera riconducibile alla prima metà del III secolo d.C. Diogene Laerzio scrive quindi a distanza di parecchi secoli dagli eventi, e restano anche sconosciute le fonti a cui abbia attinto. Diogene afferma che Empedocle sia originario di Agrigento, e che sia fiorito nella ottantaquattresima Olimpiade, cioè nel 444-441 a.C.: sarebbe quindi nato nel 484-481 e, sempre secondo Diogene Laerzio, morto all’età di sessant’anni.Giovanni Reale scrive che il filosofo ebbe “conoscenze vastissime: in lui si fondono filosofia e misticismo, medicina e magia”. Seguendo il Reale, apprendiamo che Empedocle denominava “radici di tutte le cose” il fuoco, l’acqua, l’aria e la terra. In pratica, sostanze originarie,indistruttibili e qualitativamente immutabili. Ma c’è di più: gli elementi rappresentano più che sostanze materiali, essi sono divini. Un frammento empedocleo lo suggerisce con chiarezza: «Poiché sappi primieramente che quattro sono le radici d’ogni cosa, Zeus cadente, Era avvivatrice ed Idoneo e Nesti che di sue lagrime distilla il fonte mortale». E’ più che evidente la risonanza con i pitagorici, che veneravano il numero quattro e lo consideravano altamente significativo. Filistione, medico della scuola di Empedocle, introduce l’idea che ciascun elemento fosse contraddistinto da una qualità: «del fuoco è proprio il caldo, dell’aria il freddo, dell’acqua l’umido, della terra il secco» (8). Accanto ai quattro elementi, vediamo poco dopo nascere la dottrina degli umori, esposta nel trattato Della natura dell’uomo riconducibile allo stesso Ippocrate (460 a.C. – 377 a.C.) o alla sua scuola di medicina. L’uomo è dotato di quattro umori: sangue, flegma, bile gialla e bile nera, dal cui equilibrio o squilibrio dipende la salute o la malattia. La prevalenza di un umore rispetto agli altri produce il corrispondente temperamento: il sanguigno, il flemmatico, il bilioso e il melanconico. Ippocrate ci tramanda la seguente tavola, che avrebbe resistito al trascorrere dei secoli: Umore Stagione Qualità Età dell’uomo Sede Deflusso Sangue Primavera Caldo e umido infanzia cuore naso Bile gialla Estate Caldo e secco giovinezza orecchie Bile nera Autunno Freddo e secco maturità fegato occhi Flegma Inverno Freddo e umido vecchiaia bocca Aristotele (384 a.C. – 322 a.C.) sviluppa e porta alla perfezione il concetto delle “qualità” che formano la materia: caldo, freddo, secco e umido. «Fu Aristotele a fissare per secoli la teoria delle proprietà elementari della materia, teoria che costituisce le fondamenta della fisica astrologica di Tolomeo e che gli permette di spiegare scientificamente la natura degli influssi astrali. Aristotele accetta i quattro elementi proclamati corpi semplici da Empedocle, ma considerando ciascuno di essi come coppia di qualità sensibili da scegliersi tra le quattro riconosciute dal tatto, e cioè il caldo, il freddo, il secco e l’umido. In tal modo, l’unione del caldo e del secco produce il fuoco, quella del caldo e dell’umido, l’aria; quella del freddo e dell’umido, l’acqua, quella del freddo e del secco, la terra. Sono tutte le possibili combinazioni, in quanto quelle del caldo con il freddo o del secco con l’umido producono solo una semplice sottrazione d’energia» (9). Non desta meraviglia se questi quaternari hanno ad un certo punto manifestato la tendenza ad intrecciarsi, a compenetrarsi per generare una fisica e una fisiologia interamente basata su di essi. Nel tempo, la dottrina degli umori non si limita a spiegare la genesi e il decorso delle malattie, ma assume lentamente una connotazione psicologica, perché introduce la corrispondenza tra umore e carattere. Nei Problemi attribuiti ad Aristotele, il XXX può essere considerato come una vera e propria trattazione del temperamento melanconico. Si domanda il grande filosofo: «Come mai tutti coloro che hanno raggiunto l’eccellenza nella filosofia o nella politica o nella poesia o nelle arti sono chiaramente melanconici e qualcuno di essi a un grado tale da soffrire di disturbi provocati dalla bile nera?» Osserviamo ora quest’altro schema (10), tramandatoci dall’astrologo greco Antioco d’Atene, la cui vita è d’incerta collocazione, con gli studiosi che lo pongono in un intervallo che va dal I al III secolo dopo Cristo. Temperamento Umore Qualità Pianeta sanguigno sangue caldo-umido Giove-Venere bilioso bile gialla caldo-secco Marte-Sole melanconico bile nera freddo-secco Saturno-Mercurio flemmatico flegma freddo-umido Luna-Venere Pur se le corrispondenze non includono gli elementi, ciò non di meno registriamo qui l’ingresso dei pianeti del settenario classico. Ad ogni pianeta è attribuita una combinazione di qualità, dunque un umore e - di conseguenza - un temperamento. Le qualità di Venere variano in relazione alla suaposizione nello zodiaco (qualità dell’anno) o al suo movimento giornaliero (qualità del giorno). Ma, come abbiamo visto, Aristotele aveva già affermato che i quattro elementi sorgono per combinazione delle qualità, esemplificate come segue:
Qualità Elemento
umido-caldo Aria
caldo-secco Fuoco
secco-freddo Terra
freddo-umido Acqua
Sempre seguendo il pensiero di Aristotele, osserviamo che in ciascun elemento la prima qualità è quella dominante, quindi l’Aria è prevalentemente umida, il Fuoco prevalentemente caldo, la Terra prevalentemente secca, l’Acqua prevalentemente fredda. Tralasciando gli sviluppi storici della dottrina degli umori, portata a perfezione dal medico greco Galeno nel II sec. d.C., conviene ora esporre succintamente le caratteristiche principali di qualità, elementi e temperamenti, attingendo a lavori di autori di varie epoche.
Le qualità prime:
Caldo
Principio dinamico di natura maschile assimilabile a un focolaio d’energia, a una corrente rivitalizzante di forza centrifuga che tende ad esprimersi in slancio espansivo: crescita, sviluppo, spiegamento, dilatazione, motricità, mobilità, diffusione, irraggiamento. Questo dinamismo si porta all’esterno (esteriorizzazione, espansione), in altezza (getto, sprigionamento, slancio), in avanti (proiezione, carica energetica, conquista). E’ un forza di trasformazione.
Freddo
Principio statico assimilabile alla forza d’inerzia della materia pesante, che ha potere di assorbimento; potenza immobilizzante di forza centripeta che conduce alla contrazione, alla ritrazione, alla condensazione, alla coagulazione. Questa forza di concentrazione si esercita all’interno (ripiegamento su di sé, accartocciamento, restringimento, riduzione, interiorizzazione, repressione); in direzione del basso (peso morto, appesantimento, cedimento, atonia, abbandono allo stato vegetativo, depressione); all’indietro (freno, regressione, ritrazione, inappetenza, rinuncia). Pur se ostacola l’evoluzione espansiva della vita, costituisce ciò non di meno un agente di fissazione, di condensazione, di conservazione in una struttura acquisita, di stabilità.
Umido
Principio di plasticità, di essenza femminile, veicolo del Caldo nell’opera di generazione che ha la proprietà di immagazzinare la forza vitale contribuendo alla sua sostanzialità, alla sua materializzazione. Potenza d’incorporazione per assorbimento, impregnazione, penetrazione,ricettività, fusione, avvolgimento, mescolanza, collegamento. Dissolve, assimila, dilata, amplifica,fa sbocciare, unifica. Valore di liquidità che infiacchisce e tende a rilasciare, ammorbidire, distendere, moderare. Forza di fecondità, favorevole alla crescita e all’espansione vitale. Stato malleabile, flessibile, morbido, liscio, untuoso, avvolto, pieno.
Secco
Principio di ritrazione avente la proprietà di ridurre, di condensare, e che conduce alla solidificazione. Potenza di restringimento, di resistenza, con effetto di isolamento, di indurimento, di irrigidimento, di costrizione. Fattore di separazione, di divisione, di polverizzazione: arretramento e scissione delle parti a scapito della loro coesione e della loro adesione all’ambiente. Processo di difesa, di chiusura di rifiuto, a vantaggio di un percorso d’autonomia, d’indipendenza, d’individualità, di selettività. Stato duro, resistente, rigido, frangibile, rugoso, angoloso. (Tratto da “L’univers astrologique des quatre éléments” di André Barbault)


Gli umori

Nel corso dei secoli sono state date molteplici definizioni degli umori. Mi piace qui ricordare quelle di Robert Burton, tratte dal suo poderoso The Anatomy of Melancholy, pubblicato nel 1621. Ho attinto a questo Autore, perché il suo trattato rappresenta un’insuperabile fonte del sapere di epoca barocca: Jean Starobinski lo considera “una somma: tutta la «fisica», tutta la medicina, tutte le opinioni morali, una gran parte dell’eredità poetica della tradizione greco-latina e cristiana ci vengono offerte attraverso allusioni, frammenti, scampoli cuciti pezzo per pezzo. Ciò dispenserà numerosi lettori frettolosi dal ricorrere agli antichi: in questo libro dimora un’intera biblioteca.” «Il sangue è un umore caldo, dolce, rosso e temperato che si prepara nelle vene mesenteriche, ed è costituito dalle parti più temperate del chilo nel fegato, il cui compito è quello di nutrire il corpo intero, di dargli forza e colore, essendo disperso dalle vene per ogni dove. E da esso si generano nel cuore per prima cosa gli spiriti, che sono successivamente distribuiti dalle arterie alle altre parti del corpo. La pituita, o flegma, è un umore freddo e umido che si genera dalla parte fredda del chilo (o succo bianco che proviene dalla carne digerita nello stomaco) nel fegato; il suo compito è quello di nutrire e inumidire le membra del corpo che, come la lingua, vengono mosse affinché non siano troppo asciutte. La bile è calda e secca, generata dalle parti più calde del chilo, e raccolta nella cistifellea: aiuta il calore naturale e i sensi, e serve per espellere gli escrementi. L’atrabile, fredda e secca, spessa, nera e amara, generata dalla parte più fetida del nutrimento, depurata dalla milza, costituisce un freno agli altri due umori caldi, il sangue e la bile, preservandoli nel sangue, e nutre le ossa. Questi quattro umori hanno qualche analogia con i quattro elementi e con le quattro età dell'uomo.» Ma, come abbiamo già visto per gli elementi, oggi non possiamo pensare agli umori come a qualchecosa di materialmente esistente nel corpo umano. Il medico francese Pierre Gallimard afferma:«Non si deve considerare gli umori ippocratici alla stregua di liquidi organici. Al contrario occorre capire che per esempio il "sangue" rappresenta per Ippocrate, quando utilizza questo termine, un insieme di caratteri, di tendenze morfologiche e fisiologiche, di predisposizioni e di reazioni morbose, addirittura di fenomeni non più fisici ma vitali fino a giungere a nozioni spirituali, il cui supporto materiale e il cui simbolo è questo liquido rosso, aereo e caldo, che noi denominiamo insieme a lui “sangue”. La parola flegma significa contemporaneamente ogni liquido organico bianco e lattiginoso e l’insieme dei caratteri psicofisiologici che gli sono inseparabili. E così via.»


I temperamenti

Galeno (ispirandosi a Ippocrate) riteneva che i temperamenti fossero “causati” dalla prevalenza di un umore nel corpo umano e, di conseguenza, crea una classificazione tipologica che tuttora annovera convinti sostenitori. Osserviamo ora la descrizione dei tipi in un eccellente trattato di caratterologia, fermo restando che i tipi puri raramente si riscontrano nella realtà, poiché nell'essere umano è molto più frequente la mescolanza di due o più temperamenti. Eccone una breve sintesi. Bilioso: i biliosi sono dominati dall'istinto motore che è un istinto di conquista. Ne risulta una sovrattività motrice che provoca rapidi scambi vitali, e un certo numero di effetti a cascata: grande resistenza alla fatica, forza fisica in contrasto con apparente magrezza, vive reazioni, appetito esagerato che esige alimenti ricchi, una certa ipertermia. Il colorito è giallo: nell'emozione, anziché arrossire impallidiscono. Il fegato funziona bene, ma la loro bile è troppo ricca di colesterina, forse per un eccesso di ferro, poiché tutti cibi ricchi di ferro (come gli spinaci) sono loro nocivi; mancando dunque di fluidità, la bile è mal eliminata e parzialmente viene riassorbita nel sangue. Fisicamente sono caratterizzati soprattutto dal bisogno infaticabile d’attività psichica ointellettuale, ora possente, ora inquieta. Organizzatori, fondatori, esploratori, uomini d'azione, conquistatori, unificano, sintetizzano, lavorano talora sino alla frenesia. Linfatico - o flemmatico - è diametralmente opposto al bilioso. La sua vitalità è centrata sul istinto di nutrizione e di riserva. La lentezza è l'elemento dominante, come il movimento è l'elemento dominante per il bilioso: nelle reazioni fisiologiche, nei gesti, nel passo, nella parola, nel concetto,nella decisione. Il suo organismo sembra essere rimasto ad uno stadio primitivo, vegetativo, di sviluppo. La pelle è rosea, i tessuti sono freddi e molli, i muscoli sono distesi, infiltrati di grasso, scoloriti. La circolazione è debole, le funzioni sono pigre, le reazioni nervose sono tardive, il sonno è pesante e profondo. Psichicamente, linfatismo è sinonimo d’indolenza, di noncuranza, d’indifferenza, di docilità, d’apatia, di placidità. Il sanguigno è essenzialmente un respiratorio. È fatto per dilatarsi, per espandersi, per svilupparsi. Ha grande ricchezza di circolazione, molta elasticità di metabolismo, un sangue ricco e ben ossigenato. La pelle è rossa e colorita, morbida e umida al contatto. I sanguigni presentano un'espressione sorridente e beata, accompagnata dai lineamenti ascendenti e arrotondati, dai gesti ampi e curvi. Gli piace la vita allegra, gli piacciono i facili godimenti. Ha soprattutto un imperioso bisogno di movimento e di attività; vuole circolare, detesta lo starsene rinchiuso, ha bisogno dello spazio aperto e dell'aria libera; detesta l'attesa, che è azione compressa. Il nervoso (o melanconico) è così radicalmente opposto a sanguigno, che nei temperamenti complessi non si vedono mai associati questi due quadri. E’ fisicamente sottomesso al predominio delle sue reazioni nervose. Le forme sono assottigliate, affinate: il colorito è bianco e delicato. Il piano cranico predomina su un corpo mingherlino. I gesti sono rapidi e irregolari. E’ predisposto alle affezioni mentali. Le eccitazioni lo trovano iper impressionabile, iper emotivo. Si distingue un tipo ipostenico e un tipo iperstenico. I primi sono temperamenti a risparmio, a riflessi lenti, a gesti ristretti, il cui apparente riserbo copre brucianti ardori e invisibili tempeste. I secondi sono temperamenti di spesa, ipertesi, bruschi, frementi, immagine nativi, instabili, in preda a tutti i disordini dello spirito e della sensibilità. Si agitano senza intraprendere e bruciano senza eseguire. Ma i tipi superiori danno menti intuitive e sottili di pensatori, di credenti, d’artisti. (Tratto da “Trattato del carattere” di Emmanuel Mounier) Per concludere, vorrei ora accennare alla diagnostica del temperamento tramite l'analisi astrologica. Gli antichi ci hanno tramandato la corrispondenza tra pianeti e temperamenti, corrispondenza che è stata poi confermata in modo sorprendente dalle poderose ricerche statistiche dei coniugi Gauquelin. Essi hanno verificato, sulla scorta dell’elaborazione di migliaia di oroscopi appartenenti a personalità di rilievo nel mondo della scienza, dello sport, della letteratura e dello spettacolo, che i tratti caratteriali attribuiti dalla tradizione astrologica ai pianeti Giove, Marte, Luna e Saturno, trovavano riscontro - quando tali pianeti dominavano la carta del cielo natale - nella personalità di individui preminenti nel loro campo, secondo la descrizione che ne era fatta in attendibili biografie. Scendendo nel concreto, e solo per fare un esempio tra tanti, furono selezionati 2.088 campioni sportivi: lo studio del loro oroscopo ha evidenziato che Marte si trovava all’Ascendente o al MC (e quindi assai forte nella loro genitura) con una frequenza tale da escludere che ciò fosse dovuto al caso (la probabilità era di 1 a 5.000.000). La presenza di Marte nell'oroscopo di 3.438 capi militari ha dato egualmente risultati altamente significativi: questa volta la probabilità che il risultato fosse dovuto al caso è dato dal rapporto di 1 a 1.000.000 . La lista delle parole chiave redatta dai Gauquelin per Marte è la seguente: attivo, ardente, combattivo, scavezzacollo, coraggioso, dinamico, energico, focoso, lottatore, offensivo, temerario, valoroso, vivace, volitivo. Siamo dunque in piena astrologia! Possiamo ora, per così dire, tentare di chiudere il cerchio stabilendo le correlazioni astrologiche tra pianeti e temperamenti come segue. Bilioso: la genitura evidenzia il predominio di Marte, Sole, Urano, singolarmente o in combinazione tra loro. Flemmatico: predominio di Luna, Nettuno, singolarmente o combinati tra loro. Sanguigno: predominio di Giove, Venere, singolarmente o combinati tra loro. Melanconico: predominio di Saturno, Mercurio, singolarmente o combinati tra loro. Ovviamente il temperamento manifesterà le sfumature relative alle peculiarità dei singoli pianeti coinvolti; saranno inoltre da prendere in considerazione – sebbene abbiano un peso decisamente inferiore rispetto all’angolarità planetaria - altri fattori oroscopici, come la più o meno intensa occupazione dei vari segni zodiacali. Spero così di avere destato la vostra curiosità e risvegliato l’attenzione su questa antica, ma sempre attuale, tematica che rientra a pieno diritto nel campo d’indagine dello psicologo del profondo,qualora egli voglia seguire il Maestro quando scrive: «La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.»


TIPOLOGIE DI PRATICANTI:

Come si evince da quanto scritto nei capitoli precedenti, la tipologia di praticanti di arti marziali possono essere a loro volta suddivisi in base ai caratteri e alle specificità dei 4 elementi fondamentali. Persone “Terra” saranno per loro natura molto più versate per il combattimento al suolo (Submission, Grapling, Rangelm, Lotta Libera); persone “Acqua” saranno naturalmente portate per lo striking: uso di calci, pugni, gomiti, ginocchia, testate, insomma per le percussioni in generale (Muay Thai). Persone “Aria” saranno più portate per coreografie acrobatiche, esercizi calistenici da eseguirsi a mani nude o con l’ausilio di armi bianche. Persone “Fuoco” saranno più interessate all’aspetto meditativo ed energetico della disciplina. Approfondiranno le tecniche di respirazione, la disciplina delle emozioni, il controllo della mente. I 4 elementi considerati non sono ovviamente compartimenti stagni a se stanti. Nessuno deve rimanere chiuso nel suo “elemento”, ma è altrettanto vero che difficilmente si può richiedere ad un uomo “Terra” di essere altrettanto bravo e versatile nelle tecniche in cui è provetto l’uomo “Aria”. Ogni persona, in base alla propria indole e al proprio carattere, dovrebbe naturalmente assecondare e portare al massimo livello il proprio settore-elemento di appartenenza, senza trascurare o tralasciare di occuparsi anche degli altri. In ogni essere umano sono coesistenti tutti e 4 questi aspetti ma, in base alla propria natura, le proporzioni e gli equilibri esistenti tra di loro possono essere diversi…anche molto diversi da individuo ad individuo. Ognuno di noi dunque è chiamato ad esplorarsi, anche attraverso l’aiuto di un maestro, per comprendere esattamente le misure di tali equilibri e modulare poi la sua personale scala o piano di allenamento di Taran Devak, in funzione di queste proporzioni rilevate. Le ore settimanali di lezione, possono rimanere invariate, mentre varieranno le proporzioni dei tempi dedicati alle varie materie trattate. Un individuo “Aria” su 4 ore di pratica settimanale ne dedicare circa una alla preparazione/condizionamento generali del corpo, due per esercizi di calistenica/acrobatica, una di tecnica “Terra/Acqua”. I rapporti varieranno per ogni tipologia di individuo/elemento su tale esempio generale. Con l’aumentare delle ore varieranno i tempi, ma non le proporzioni. Ogni persona è chiamata a realizzare la parte più importante di se, assecondando la propria natura. Tutti gli esseri umani, crescendo ed invecchiando cambiano. Nascono nuovi desideri, nuovi bisogni, necessità diverse. Ognuno di noi matura in un processo evolutivo costante. Così pure può accadere che una persona associata all’elemento Terra, con il tempo senta nascere dentro di se la necessità o il desiderio di approfondire altri aspetti della propria personalità, associati ad altri elementi. Lungi dalla rigidità di uno schema interpretativo di base, si dovranno rimodulare i tempi e il suo programma di apprendimento, mettendo tecniche ed energie legate al nuovo elemento di cui sente bisogno, al centro della sua pratica. In questo senso dunque esiste la massima permeabilità per tutti i praticanti, di poter transitare liberamente da un elemento all’altro, in qualunque momento ne sentano il bisogno. Lo scopo è quello di venire incontro alle necessità più intime del nostro spirito, affinché possa trovare sempre il cibo ed il nutrimento giusti per poter evolvere. Il compito dell’artista, come dice Shumann, è quello di illuminare le profondità del cuore umano. Il luogo “Sacro” in cui l’apprendista guerriero (Karwik) si addestra con gli altri in questo progetto comune di crescita si chiama “Nemeton”, parola celtica che rappresentava il “Tempio della Foresta”, ma anche il Centro Sacro dell’Essere e il “Cerchio della Condivisione”; la parola è utilizzata anche per indicare genericamente la meditazione.
Le caratteristiche fondamentali dei 4 Elementi contemplati nel Taran Devak possono essere così sintetizzati:
1-Terra, Din:
Stagione Autunno; Corpo; Celtico: Briga: Lotta; Elemento “Pesante”; Artos: simbolo totemico: Orso; Cintura/Colore: Marrone; Scherma Antica.
2- Aria, Lom:
Stagione Inverno; Celtico: Anation: Respiro; Striking: calci, pugni, gomiti e ginocchia; Elemento “Leggero”; Simbolo totemico: Fenice; Cintura/Colore: Bianco; Boxe Simbolica, coreografie Kalisteniche, forme mani nude, armi; Lavoro su Pao.
3- Acqua, Naam:
Stagione Primavera; Sangue; Elemento Fluido; leve, proiezioni, cavazioni, clinch, grappling; Simbolo totemico Drago; Cintura/Colore: Verde; Scherma Istintiva.
4- Fuoco, Fài:
Stagione Samon: Estate; Celtico: Gall: Energia; Meditazione; Esercizio Fisico; Cintura/Colore: Gialla; Volteggio Armi, Danze Guerriere meditative.
L’attività di combattimento libero a corpo libero si chiama Taranwik, parola che nasce dalle radici celtiche Taran: lampo con Wik: combattere. Il senso dunque è tutto letteralmente compresso nel suo significato: combattimento-lampo e cioè che deve durare il minor tempo possibile. Massima economia, massima, velocità, minimo sforzo, potenza estrema. Queste dovevano essere le peculiarità del guerriero antico per risolvere ogni conflitto nel minor tempo possibile, nella tensione costante di giungere al “Tempo Zero”. Il combattimento perfetto dovrebbe iniziare e finire nello stesso istante, letteralmente collassando le due coordinate dello spazio e del tempo su se stesse e riducendole entrambe ad un solo punto. L’attività di combattimento con le armi bianche si chiama Kataran, parola di radice celtica che associa Katus: guerriero, con il termine Taran che, come già detto, significa lampo. Valgono i medesimi concetti espressi sopra per il combattimento a mani nude; ogni gesto deve essere condotto con potenza, ritmo, velocità e tempismo perfetti perché, un errore, potrebbe comportare conseguenze davvero devastanti, anche durante un semplice allenamento. Per me infine Taran Devak è anche preghiera, preghiera fatta con il corpo, la mente e lo spirito che si armonizzano all’unisono. In realtà non sono io che mi muovo, sono gli Dei che si muovono attraverso di me. Ognuno ha il suo modo di perseguire la verità. Se sei “sul sentiero” non ha importanza quello che fai, nemmeno se è giusto o sbagliato per gli altri, per quelli che si pongono ancora sul piano del giudizio; importa che tu, questa verità superiore, oltre le apparenze, la cerchi inesorabile e risoluto. Taran Devak è il mio modo.

RELAZIONI TRA

BUDDHIDSMO E TARAN DEVAK:

“Parlate un nuovo linguaggio agli uomini
ed essi non vi comprenderanno.
Indicate loro una via diversa da quella che seguono
E che dà loro un qualsiasi interesse,
ed essi vi combatteranno.
Ecco perché chi vuol comprendere deve nascere ogni giorno;
conoscere, ma non essere legato;
credere, ma essere pronto a dubitare di tutto.
Chi si cristallizza in canoni di pensiero,
chi rimane legato al passato,
necessariamente confronta le nuove con le vecchie convinzioni
e condanna sovente senza comprendere.
Vede la realtà chi è assolutamente libero”.

Il Buddhismo è nato in India circa 2500 anni fa, tuttavia non riuscì a mettervi radici a lungo, a causa del risorto Induismo e per le feroci devastazioni subite durante le invasioni mussulmane dell'VIII e del XIII secolo. In India predominò l'induismo, ma il Buddhismo, che alla fine dei conti non ne era che una riforma, continuò a svilupparsi in altre parti dell'Asia, formando tre grandi scuole: quella Theravada, che si sviluppò in Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Sri Lanka e che rappresenta la versione più ortodossa, il Buddhismo Vajirajana, che si è diffuso nel Tibet, nel Bhutan, nel Nepal e nella regione indiana del Laddakh. La terza scuola è quella Mahayana, diffusa nel nord del continente: Cina, Corea, Giappone e Mongolia. I Buddhisti Theravada credono in una ricerca del tutto personale ed individuale dell'illuminazione, mentre le altre correnti, credono anche in un aiuto divino e si propongono di far giungere in quello stato, libero dalla sofferenza, tutti gli esseri umani. Il Buddhismo si sofferma sulla sofferenza, sulle cause che la producono e sull'annullamento della stessa. Il Principe Siddharta insegnò che il dolore finisce solamente quando la mente perviene in uno stato che viene chiamato Nirvana (l'illuminazione appunto). Benchè egli utilizzasse molti principi e concetti dell'India del suo tempo, tra i quali quello della reincarnazione e del Karma, i suoi insegnamenti divergono dal credo indù, perchè non sono basati sul concetto di Dio o di potenza sovrumana, e non credono neppure nel concetto di "Anima". Egli si concentrò sulle risposte da dare ai misteri della vita e capì che essi andavano cercati dentro l'uomo. Il Buddhismo è una religione molto elastica e flessibile: le regole non sono molte, non ha necessità di luoghi specifici di culto per essere praticato, nessun dogma. Per queste ragioni esso è una religione molto tollerante, che rispetta tutte le altre e pone pochissime limitazioni. Vi sono persino alcuni buddhisti che non credono nella reincarnazione, e non per questo sono esclusi o criticati. Paradossalmente, è possibile essere cristiani e buddhisti nello stesso tempo, oppure atei e buddhisti. La cosa non è affatto strana, Buddha non esclude l'esistenza di Dio, ma non ne parla volutamente, perchè distrarrebbe dall'unico obbiettivo importante, quello di meditare e lavorare per la cessazione della sofferenza. Come già accennato, il fondatore del Buddhismo fu il Principe Siddhartha Gautama, egli predicò l’abolizione delle caste presente nell’Induismo e l’ugualianza di tutti gli uomini indipendentemente dalla loro estrazione sociale e anche dal loro sesso. Nato attorno al 560 A.C. a Lumpini, al confine tra l'attuale Nepal e l'India, crebbe in un palazzo ricchissimo; per lui furono chiamati i migliori maestri di tutte le specialità, con loro studiò tutte le materie e divenne eccellente anche nelle arti marziali dell'epoca; sposò la principessa Yashodara ed ebbe anche in figlio: Raula. Attorno i vent'anni, avventurandosi fuori dal palazzo reale, nel quale era sempre rimasto dalla nascita, vide tre persone: un povero, un malato ed un morto. Colpito dalla scoperta delle miserie umane, scelse di consacrare la sua esistenza alla ricerca di un rimedio che permettesse di affrancare l'uomo dalla sofferenza. Determinato e risoluto ad investigare le cause del dolore ed il mistero dell'esistenza umana, abbandonò la famiglia e divenne un asceta errante. Trascorse sei anni in solitudine in una foresta. All'inizio studiò sotto la guida di due maestri indù e più tardi si unì ad un gruppo di asceti. Tutto ciò che aveva appreso tuttavia non lo soddisfaceva, riteneva quelle pratiche Yogiche troppo estreme ed irrispettose delle esigenze corporee. Sottoporre il proprio organismo a mortificazioni di ogni tipo, digiuni forzati e sofferenze varie per poterlo dominare, come se fosse un nemico da vincere non era cosa naturale. Solo nel rispetto della natura e attraverso la conoscenza delle sue leggi avrebbe potuto giungere alla Liberazione, il problema pertanto si doveva spostare. Il compito ora era quello di capire come, naturalmente, funzionava la mente dell'uomo; quali i processi sbagliati che producevano lo stato della sofferenza, dell'infelicità. Si tolse così dagli insegnamenti ricevuti e si "incamminò" su un proprio nuovo "sentiero". Sedette nella Posizione del Loto sotto un albero di fico a Bodhgaya, in India, e cadde in una profonda meditazione che durò 49 giorni. Fu così che formulò le basi di quella nuova saggezza, dalla quale sarebbe nata una nuova religione. Negli ultimi stadi della meditazione fu tentato dal demone Mara che, dopo aver perso due "battaglie" con lui, lo sottopose all'ultima sfida. Prese dunque una sembianza identica a quella di Siddhartha, si pose dinnanzi a lui. I due ora si fissavano, come in uno specchio, identici. Mara cercò di lusingarlo, riconoscendogli la vittoria ed invitandolo ora a proclamarsi un Dio. Siddhartha, sorridendo gli rispose: "No! Architetto, tu non ricostruirai più la tela dell'inganno; anche tu sei un illusione e la tua realtà è impermanente...la terra ne è testimone!" Distrutto Mara, Egli pervenne al Nirvana, l'illuminazione finale, comprendendo le ragioni, le cause di ogni sofferenza e realizzando il sentiero che permetteva all'uomo di affrancarsi da essa. In Maggio, durante una notte di luna piena, all'età di 35 anni egli divenne il "Buddha", l'illuminato. Poco dopo, Buddha pronunciò il suo primo sermone, "Mettere in moto la Ruota della Legge", nel Parco dei Cervi a Sarnath. In seguito fondò una comunità monastica e codificò i principi secondo i quali i seguaci dovevano vivere; continuò a predicare e viaggiare fino alla morte, avvenuta all'età di 80 anni. Il Buddhismo permea ogni aspetto della vita thailandese; i monaci vengono chiamati per consacrare un nuovo palazzo o persino per benedire un nuovo Boeing 747. Nel paese vi sono più di 30.000 templi; la maggior parte sono della corrente Theravada, un ristrettissimo numero invece sono Mahayana, fatti costruire dalle comunità cinesi o vietnamite. Gli stili architettonici sono diversi, tuttavia per i fedeli delle due correnti è assolutamente indifferente andare a rendere omaggio al Buddha in quelli di un tipo o dell'altro, la situazione non è di divisione così netta come tra cattolici e ortodossi, o protestanti, le differenze sono molto più sfumate e l'antagonismo assolutamente inesistente. Per chi vuole approfondire la meditazione qui in Italia, la mia associazione, l'International Krabi Krabong Association, organizza corsi basati proprio sul Vipassanà. Insegno il metodo basato sulla respirazione e quello basato sul movimento per lo sviluppo del Satì: integrazione di mente e corpo. Chi invece ha deciso di fare un viaggio in Thailandia può rivolgersi al Wat Bovornivet, il Wat Mahatat o il Wat Paknam. Wat in thai significa Tempio o pagoda, questi che vi ho nominato si trovano tutti a Bangkok e sono degli importanti centri di cultura con rinomati maestri di meditazione. La meta finale del buddhismo è il raggiungimento del Nirvana, cioè la cessazione del dolore. Il Buddhismo classico lo interpreta come la rottura di un lungo ciclo di nascita, morte e rinascita; ritiene inoltre che questa meta sia perseguibile nel corso della nostra vita. Molte pratiche thailandesi perciò si fondano sull'acquisizione di meriti, cosa che consiste anche nel compimento di buone azioni. Se una persona segue rettamente il sentiero della propria vita, si ritiene che potrà portarsi il Karma così ottenuto, anche nella vita successiva. Il Karma è un unione di causa ed effetto: le buone azioni producono buoni effetti; quelle cattive cattivi effetti. In pratica, il concetto lo possiamo riassumere con il detto: " ognuno riceve quello che dà, nel bene come nel male". Il modo più importante per acquisire un buon Karma, per gli uomini e per le loro famiglie, è quello di farsi monaci. Quasi tutti gli uomini in Thailandia, passano un periodo variabile della loro vita, da qualche settimana a qualche anno, come monaci. Di solito per un tale ritiro, ottengono una licenza pagata dal loro datore di lavoro. Non stupitevi dunque nel sentire da qualcuno dire, come se fosse una cosa speciale, il mio maestro di Muay Thai è stato anche monaco: sta dicendo un autentica banalità, più o meno tutti gli uomini laggiù lo sono stati, rare sono semmai le eccezioni a questa regola. All'inizio, devono abbandonare tutti i loro beni terreni, si fanno tosare i capelli e le sopraciglia e indossano un saio color zafferano. In ogni famiglia thai, ci si aspetta questa scelta dai figli, sia per ottenere meriti, sia per portare onore e rispetto ai propri genitori. Se in famiglia c'è stato qualche lutto, un figlio può entrare in monastero per un breve periodo, è successo anche nella mia esperienza laggiù: quando morì il nonno di due miei amici, Mon e Meo, fratelli e campioni di Krabi Krabong, espertissimi nel combattimento uno con il Mai San (Tonfa thai) e l'altro di Phlong (Bastone lungo), io fui invitato alla cerimonia della cremazione. La cosa più sorprendente fu ritrovarmi in una specie di festa dove tutti mangiavano e dove, nel mezzo della funzione religiosa con i monaci, fui invitato a dare esibizione di Krabong Song Thong (Nunchaku, i due bastoni corti uniti con la catenella). Mentre mi inchinavo al pubblico, intento ad applaudirmi, notai due monaci seduti in disparte, che mi guardavano con molta attenzione e........accidenti! erano loro! con i vestiti da monaci indosso, non li avevo nemmeno riconosciuti. Anche loro avevano scelto di passare un periodo della loro vita così, per aumentare i meriti del nonno e della famiglia; ecco dove erano finiti, che non mi riusciva di vederli tra i parenti e gli amici. Nella pratica di una disciplina estrema come il Krabi Krabong, la consapevolezza che il mondo è un illusione, che il dolore e la morte sono pure illusioni e non hanno realmente consistenza, è assolutamente indispensabile. Permette al combattente una libertà interiore altrimenti impossibile, una libertà necessaria per sostenere con coraggio il confronto potenzialmente letale contro un avversario che impugna armi vere. Capire che l'uomo si situa nell'eternità, che la nostra esistenza non è che una delle tante; capire che in realtà non si può veramente "uccidere" qualcuno, perchè la morte stessa non è che un inganno, l'estremo inganno, un illusione in se priva di fondamento, modifica la condizione di base con la quale il combattente si dispone alla lotta. Per un cristiano è diverso, la sua vita è unica, non crede nella possibilità di avere altre opportunità, quindi teme la morte, essa è qualcosa di definitivo; dalla morte non si fa ritorno, può esserci un altra forma di esistenza, ma con quella terrena hai chiuso. La paura della morte è il più grande limite mentale per l'occidentale, l’orientale non ne va alla ricerca naturalmente, ma non ne ha certamente lo stesso timore che possiamo averne noi. Da questo ne segue che, quando combatte, libero da ogni timore, riesce a dare il massimo di se stesso. Diventare eccellenti nel Taran Devak, senza riuscire a far proprie queste concezioni, è impossibile. Non chiedo ai miei allievi di diventare buddhisti, ci mancherebbe, ognuno deve seguire la propria via. Tuttavia se non riusciamo penetrare a fondo nel significato della nostra esistenza, e nell'accettazione che la morte è comunque un evento inevitabile, che pertanto va messa nella lista degli appuntamenti irrinunciabili, non riusciremo mai ad acquistare quella libertà mentale e quella disponibilità al sacrificio, a dare tutto noi stessi nel combattimento, che è la condizione indispensabile per sperare di uscirne vivi. Paradossalmente, durante il combattimento, chi più teme per la propria vita, più rischierà di perderla davvero. Chi combatte sereno e risoluto, indifferente a tutto, con la mente ferma e senza emozioni, determinato a raggiungere il suo obbiettivo, lo otterrà. Le probabilità di morire nel suo caso saranno sicuramente minori. Che piaccia o meno, per combattere e vincere, non bastano i muscoli grossi, e nemmeno possedere un coraggio da leoni può essere sufficiente; ci vuole fede e, come qualcuno disse in passato, la fede smuove le montagne! Una sera andai a praticare meditazione in un tempio vicino all'Università di Thammasat; dopo la seduta avvicinai il monaco maestro e gli chiesi delucidazioni circa la reincarnazione. "Lascia perdere la reincarnazione!", disse. "Nell'induismo si parla molto del Atman, il Sè divino che vive immutato in molte vite e che, attraverso ogni nuova esistenza sulla terra, si avvicina sempre più alla sua fonte divina, finchè, dopo molte purificazioni, non vive la sua ultima vita sulla terra prima di trovare il Nirvana (Niphan), l'unico vero paradiso, la dimensione stessa di Dio. Ma il Buddhismo non aderisce ad una teoria, nemmeno alla credenza in un Sè divino. Tutto, scoprirai, è illusorio, transitorio, inafferrabile, impermanente, compreso il Sè divino. Niente esiste, niente è mai esistito e niente esisterà mai. Ma se ti metti a pensare con la mente, con la logica e, ogni volta che cerchi di pensare è inevitabile.... penserai a "questo" o a "quello", e quando penserai al niente, lo concepirai immediatamente in opposizione, in contrasto con il "qualcosa". Allora immaginerai un vuoto, e in questo vuoto rimarrai bloccato. Potrai essere un ragazzo equilibrato oppure un nevrotico, sarà una cosa davvero degna di essere osservata, ma in se stessa priva di significato. Che un uomo possa vivere molte esistenze, e che tutte queste siano tra loro connesse e scorrano l'una nell'altra, è bello a sapersi. Ma noi, in questo tempio, non ci occupiamo di terapie psichiatriche, e non ci interessa nemmeno perdere tempo a filosofeggiare. Se sei interessato alla filosofia e alle religioni orientali, se vuoi studiare la reincarnazione e il Karma, puoi uscire da quella porta, girare a destra e dopo cento metri ancora a sinistra, ti troverai all'ingresso dell'Università di Thammasat. Vi sono eccellenti insegnanti lì, dispostissimi a rispondere a tutte le tue domande, io non ho tempo da perdere in questi giochi, che non sono altro che mere elucubrazioni mentali". Il monaco aveva perfettamente ragione, alla fine disquisire sulla costruzione ideologica di una religione è assolutamente inutile, anche se è lo sport preferito nelle amabili conversazioni, che si tengono qui da noi. Ciò che conta è praticare, praticare con costanza e serietà, senza preoccuparsi di raggiungere dei specifici obbiettivi, ma per il solo piacere di farlo. In questa ricerca del metodo più adatto a noi, dobbiamo provarli tutti. Io per esempio fatico a rimanere nella posizione del Loto. Anzi, dirò di più, non credo di essere adatto alla meditazione statica anche se ogni tanto pratico anche quella; su mezz'ora di pratica, forse dieci minuti sono di vera meditazione, altri dieci li perdo a pensare cercando la concentrazione giusta, altri dieci li perdo per il dolore che mi da alle gambe. Se dovessi starci poi altri dieci minuti, probabilmente mi addormenterei. La meditazione statica, mi riesce bene solo in circostanze del tutto speciali, come quando sono in montagna, incantato ad osservare un alba o un tramonto straordinari, oppure quando mi accendo il fuoco di bivacco per cucinarmi qualcosa e la mia mente si placa sulla fiamma che scoppietta innanzi a me. Per il resto la mia forma di meditazione adatta, quella nella quale credo di eccellere è quella in movimento, quella delle arti marziali in specifico, ma non solo. Anche quando decido di andare in silenzio a camminare per i boschi, io mi accorgo che sto meditando nel modo corretto. Il passo si regola sul respiro, la mente serena è presente nel movimento, lo sguardo penetra il verde ed è partecipe del mutevole gioco di luci ed ombre, di chiaroscuri, di paesaggi che vanno continuamente nascendo e modificandosi, istante per istante. La foresta è un giardino perfetto, che non ha bisogno di essere perfezionato poiché ha un giardiniere supremo a prendersi cura di lei. Io ho qualche difficoltà ad apprezzare i giardini zen giapponesi, li trovo troppo artificiali, lontani dalla mia mente semplice; la natura invece no, riesco a comprenderla ed ad apprezzarla facilmente. Immergermi e compenetrarmi in essa fino a confondermi con l’ambiente, è per me un esperienza mistica rigenerante; una preghiera totale del corpo, del cuore e della mente; è così che divento anch’io un animale tra gli animali, un loro fratello e non il loro dominatore. Mio padre scrisse questa poesia:

“Torna alla grotta, in cuore alla terra:
-terra, natura, è il suo paese-
e tendi i sensi nell’alto silenzio,
solo la porta sia aperta sull’alba.

Di solitudine vestiti e fede:
basti il respiro a farsi preghiera,
poi nulla: tutto il corpo in silenzio,
sia desto appena l’udito dell’anima.

Attendi poi, in timore, che passi:
contando prima i vuoti di Dio.
Certo che passa, ma quando e per dove?
Né mai è certo il modo…e se torna.

Ed ecco, un brivido appena di vento,
un mormorio di vento leggero
a far tinnire le messi rapite:
profeta, copriti il volto, che passa…

Il sussurro del vento tra le foglie, il canto degli uccelli, il suono dei grilli, il verso notturno degli animali, sono tutti la voce di un Dio immanente, sermoni sacri che si rivolgono all’animo dell’uomo che ha imparato l’arte di ascoltare in silenzio. L’arte di meditare diventa sublime quando, nel rispetto più totale per l’ambiente, soggiorno nella foresta senza lasciare alcuna traccia di me. Vagare tra le montagne e i boschi, contemplarli lasciando libero gioco all’immaginazione è un passatempo affascinante, utilissimo per rafforzare la comprensione mistica della natura dell’essere, perché ben presto appare evidente che la visione di oggetti naturali animati ed inanimati ha una validità soltanto relativa: certe rocce emanano un atmosfera così suggestiva che non posso più dubitare che siano consapevoli della presenza di un intruso, sia che si tratti di un atmosfera che spinge ad indugiare nei pressi, che ispira timore ed induce a passare oltre in fretta. Ad un livello più profondo di comprensione, è evidente che ogni atomo dell’universo è imbevuto di vita, poiché è inseparabile dalla natura del tutto. Questi luoghi, quale sfondo per la contemplazione del mistero dell’essere, non hanno rivali. Il bosco, come mi insegnò mio nonno Leonardo, è avvolto dalla bellezza e dal mistero, perché rappresenta il luogo iniziatico per eccellenza, dove il protagonista vive un’esperienza di crescita, di maturazione e di metamorfosi, che lo portano ad una saggezza e un sapere superiori. Ecco dunque le tre valenze:
1 –Il bosco come luogo di ritiro spirituale e meditazione;
2 _Il bosco come luogo di prova;
3 _Il bosco come luogo di incontro con la natura saggia.
Durante questa esperienza, secondo me, l’uomo si muove in un ambiente astorico, vitale e primordiale; il mondo delle pulsioni, delle emozioni, dei sentimenti, di tutto ciò che, pur essendo passato, è eternamente presente. E’ solo lì, nei boschi,che il passato ed il futuro si incontrano a ricostruire un’armonia e una completezza primigenia. L’incontro meditativo con le foreste, è l’incontro con l’altra, ancestrale dimensione umana, con il “pensiero selvaggio”. Il rito iniziatico dell’uomo primitivo, come dell’adepto di arti marziali, ha sempre previsto questo incontro come stadio necessario: solo dopo aver vissuto l’esperienza del ritorno alla natura vergine, soggetta alle forze eterne del divenire e del perire, dopo aver riscoperto l’irrazionalità della pura esistenza, l’uomo secondo me può recuperare un primato rinnovato della conoscenza, e accedere alla piena consapevolezza del mondo in cui vive. La foresta è uno spazio sconosciuto, ma non ignoto, la sua dimensione è la stessa dell’uomo, riportata nel suo aspetto più misterioso, remoto, selvaggio. L’impatto con questi luoghi potrà essere per alcuni terribile, per altri come il sottoscritto, bellissimo; in ogni caso tutti i filtri ordinari, utilizzati nella nostra vita ordinaria per organizzare il mondo, dovranno essere gettati via. Saremo tutti costretti ad essere interiormente “nudi”ed obbligati dunque a rivedere tutte le nostre categorie mentali. “La comunione con la natura”, questo cliché che può anche far sorridere, cessa di essere tale quando ci si trova alla sera, vicino al fuoco di un bivacco sotto il cielo stellato, piccola isola immersa nell’immensità che ci circonda e che ci invia i suoi messaggi: il fruscio ininterrotto del vento tra gli alberi, la presenza di un animale nel bosco, la visita furtiva e inaspettata di un piccolo scoiattolo o la incerta e curiosa attenzione di qualche capriolo.

“Vedi tutti gli esseri
come tanti Buddha!
Odi tutti i suoni
come tanti mantra!
Considera tutti i luoghi
Come il Nirvana!”

So già che molti non riusciranno ad apprezzare tutto ciò, schiacciati da questa solitudine nella quale ogni minimo rumore appare a loro ostile o addirittura terrificante. La paura dell’ignoto può trasformarsi velocemente in amore; amore per la solitudine, dei grandi spazi, del profumo della resina, della terra umida e dell’erba al mattino. Nessun essere umano deve accorgersi che io sono passato di lì, alterare il giardino perfetto degli Dei è un peccato, và evitato quando è possibile e, quando necessario, lo si modifica con delicatezza, in modo quasi impercettibile e nel massimo rispetto. Diviene anche scelta di non violenza, nel momento stesso in cui decisi di non mangiare più carne, per non sentirmi moralmente responsabile dell’uccisione di innocenti animali. Sono circa venticinque anni che non mangio carne e malgrado questo la mia salute rimane ottima. Le risorse del creato non devono essere sfruttate selvaggiamente, ma amministrate con cura affinché ne possano godere anche le generazioni che verranno. Vedete la meditazione, di per se può essere positiva, oppure negativa; mi spiegherò meglio con un esempio: immaginate tre persone raccolte nella posizione del Loto, tutte e tre esternamente sembrano assorte nella loro pratica nel modo corretto, ma se noi potessimo andare ad osservarle meglio, potremmo trovare tre condizioni totalmente diverse. Il primo ad esempio sta pensando alla macchina nuova che ha appena acquistato e alla ragazza che vorrebbe portarsi a letto la sera. Tutto questo non è meditazione, ne converrete, è solamente distrazione, fantasticheria. Il secondo invece è perfettamente concentrato, esegue la tecnica appresa nel modo corretto, ma la usa nel tentativo di vincere i numeri del superenalotto, per mandare il malocchio ad un nemico oppure sta concentrandosi sul modo migliore per abbattere le… Twins Towers. Credetemi, i pazzi che si sono lanciati su quei palazzi, dovevano essere davvero concentrati su quello che stavano facendo, mentre l'aereo picchiava, la loro meditazione doveva essere fortissima, ma questo non toglie che la volontà che li ha guidati non sia stata malvagia e disumana. Questa è meditazione, ma è negativa, distruttiva. Quanto al terzo.... beh , quello sta dormendo alla grande, ha cercato il poveretto di praticare, ma il sonno lo ha vinto. C’è una storia bellissima, che viene studiata a scuola da tutti i thailandesi, che narra le vicende del più grande sovrano illuminato dell’India: Re Asoka (272-231°A.C.). Potrebbe essere una bellissima favola da raccontare ai bambini se non fosse realmente accaduta nei primi anni del terzo secolo avanti Cristo. La nonna di Asoka era probabilmente una principessa greca, figlia di Seleuco Nicatore, uno dei generali di Alessandro Magno, che regnava in Siria e a Babilonia. Della giovinezza e dei primi anni di regno di Asoka non sappiamo nulla, o quasi nulla, di certo. Sappiamo che il nome di “Asoka” voleva dire “senza dolore”: proprio lui che sprofondò nel dolore, e costruì il suo regno attorno all’esperienza del dolore. Una leggenda tenebrosa avvolge la sua giovinezza. Non era figlio legittimo del padre, il re Bindusara: né il padre, né le sue concubine lo amavano, perché era brutto e aveva la pelle ruvida al tocco. Tuttavia era un ottimo guerriero, abilissimo nelle arti marziali del suo tempo. Per salire sul trono di Pataliputra, fece assassinare il fratello maggiore, i suoi novantanove fratelli, e centinaia di donne dell’harem, e costruì un carcere vicino alla capitale, per ricordare sulla terra l’inferno di gelo e di fuoco. Una sola cosa è sicura, perché la proclamò lui stesso nei suoi molti editti incisi sulla roccia. Nell’ottavo anno di regno, Asoka conquistò il paese di Ralinga, sul golfo del Bengala, finendo di consolidare l’impero. Nessun nemico poteva più minacciarlo. “Di là – egli disse- furono deportate centocinquantamila persone: centomila furono massacrate”. Asoka un mattino, dopo aver trascorso una notte insonne, fu angosciato da questo spettacolo di morte e distruzione. L’idea stessa del dolore, della sofferenza che aveva causato, gli impediva quasi di respirare. Doveva essere pazzo, per essersi comportato in quel modo atroce….Pena, deplorazione, angoscia si impadronirono di lui, ma lui poteva ancora fare qualcosa; lui era il re! Nessun sovrano al mondo ha mai confessato pubblicamente e con tale forza, sincerità e chiarezza, i propri delitti ed il proprio rimorso, come se non fosse un potente, ma un qualunque essere umano che rivela ad un amico le ombre della propria anima. Da quell’ istante Asoka abbracciò la fede buddhista. In pubblico, sulle rocce dell’India, egli proclamò davanti a tutti che la sua conversione era stata drammatica ed improvvisa. Nasceva da un trauma e aveva la violenza di un trauma. Compì un pellegrinaggio all’albero dell’Illuminazione: l’albero ai piedi del quale il Buddha era giunto al Nirvana, rimanendo seduto per sette giorni a gambe incrociate, nella beatitudine della Rivelazione. Nei conventi dei monaci buddhisti, Asoka approfondì la nuova religione. Comprese che “la nascita è dolore, il declino è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore. Essere uniti a ciò che non si ama significa soffrire. Essere separati da ciò che si ama, non avere ciò che si desidera, significa soffrire”. La sostanza di tutte le persone che vedeva, di tutti i paesaggi che ammirava, di tutte le cose che toccava era il Vuoto; ed egli doveva avere una compassione sempre più delicata per le forme impalpabili come l’aria, che apparivano e sfuggivano davanti ai suoi occhi non più desiderosi. Fece costruire ospedali e scuole gratuiti per tutti, ricchi e poveri avrebbero ricevuto lo stesso trattamento, il migliore possibile. Fece costruire delle steli in pietra sulla quali fece incidere in tutte le lingue conosciute, compreso il greco e l’aramaico, i suoi editti che riguardavano i doveri morali, religiosi e sociali: la dottrina del Buddha: il dominio di sé; la compassione, la reverenza, la venerazione verso gli altri esseri umani che ogni buddhista deve provare, sebbene sia consapevole che gli altri, come se stesso, non sono che ombre vuote. Il messaggio di Asoka insegnava a rifiutare la violenza, a rispettare ogni fede religiosa, a rispettare la vita degli animali, a comportarsi amabilmente verso i servi e gli schiavi, a venerare il padre e la madre, i famigliari e gli amici, a non denigrare gli altri, a dare conforto ai prigionieri. Nella promulgazione del suo messaggio, Asoka fu mosso da uno zelo incontenibile, che ancora oggi commuove. “Non sono mai pago – egli diceva sulle rocce – di quello che mi sforzo di fare per il bene di tutto il mondo…Quello che io mi sforzo di fare è assolvere al debito che ho verso tutte le creature: agire perché esse siano felici in questo mondo e possano nell’altro attingere i cieli…Tutti gli uomini sono come miei figli; e come per tutti i miei figli desidero che ognuno di loro abbondi di benessere e felicità, così io lo desidero per tutti gli uomini”. A Kandahar, nell’odierno Afganistan, gli editti vennero incisi su steli e rocce, e ancor oggi sono là visibili quasi a monito per le guerre furiose che continuano ad insanguinare il paese. Da quando aveva massacrato gli abitanti di Ralinga e si era pentito annunciando il Dramma, il tempo era mutato. Non c’è più il fosco passato di sovrani violenti, ma il presente: la tolleranza, la compassione, gli alberi lungo le strade, i pozzi d’acqua, gli animali salvati, gli schiavi rispettati; e soprattutto si apriva davanti agli occhi un futuro. Nel futuro che egli intravedeva pieno di speranze, non voleva che il suo messaggio fosse dimenticato. Queste speranze furono vane. Verso la fine della sua vita, i ministri gli tolsero tutto quanto gli apparteneva, lasciandogli solo un piatto d’oro e uno d’argento, dove i camerieri servivano i pranzi regali. Asoka ne fece dono ad un monastero buddhista. Da quel momento il cibo gli venne servito in piatti e vasi di creta. Poi i ministri gli portarono una metà di mango. Allora l’imperatore disse: “ Non sono più il padrone. Le parole del Buddha sono veritiere. Ha detto che tutti coloro che si amano hanno il dolore di separarsi. Un tempo facevo decreti ai quali nessuno poteva opporre ostacoli. Oggi sono come un acqua impetuosa che urta contro una montagna e finisce di scorrere. Un tempo ero per tutti, sulla vasta terra, un protettore ed un signore. I re pieni di arroganza potevo sottometterli tutti, i miserabili e i deboli, potevo soccorrerli tutti. Oggi la mia potenza è abolita. Ho perduto ogni appoggio, i miei editti sono lettera morta”. Quando finì di parlare, Asoka chiamò un dignitario, gli diede il mezzo mango, e gli comandò di portarlo al superiore di un monastero buddhista. Gli dirai: “E’ l’ultima elemosina di re Asoka. Da padrone posso disporre solo di questa metà di mango. Ho perduto tutto ciò che possedevo. Che il monaco riceva con compassione l’ultima elemosina di un infelice”. Il superiore del monastero diede il mezzo mango all’intendente con l’ordine di grattarlo nella minestra dei monaci, in modo che tutti condividessero l’ultima offerta di Asoka. Del grande imperatore non rimase più niente… H.S.Sullivan diceva ai giovani psichiatri che andavano per lavorare con lui: “Voglio che ricordiate che, nello stato attuale della nostra società, il paziente ha ragione e voi torto”. Esaurimenti nervosi, crisi di isteria, depressione, angoscia esistenziale, padri per bene che sterminano la famiglia per poi suicidarsi a loro volta, ictus cerebrali, infarti ed emboli, stress! stress! Stress! A quanto pare, oggi la sanità mentale consiste in massima parte nella capacità di adattarsi al mondo esterno, ad un mondo impazzito e disumanizzato, ad un mondo tragico dove tutto è recita e commedia. In una società dell’immagine, dove impera la filosofia della New Avidity chiamata in modo più professionale New Economy, in un mondo che ci considera per ciò che produciamo e non per ciò che siamo veramente, un mondo massificato e lobotomizzato dove il singolo individuo è costretto a misurarsi con richieste e forze più grandi di lui, è importante trovare dei punti di riferimento stabili. Anche gli occidentali hanno capito che “la felicità sta nelle piccole cose: una piccola villa, un piccolo Yacht, una piccola fortuna…..” – come diceva scherzando Willi Wang, e pensano, a ragion veduta, che: “ chi nasce povero e brutto abbia buone possibilità che crescendo, si sviluppino entrambe le qualità”. Su assiomi come questi, che a noi paiono ridicoli mentre invece sono serissimi, si è costruita la mentalità della gente “normale”. Le macchine, i computer, sono già più capaci di comunicare tra di loro di quanto non lo siano gli esseri umani. La situazione diventa davvero comica: cresce sempre più l’interesse per la comunicazione in sé, e diminuisce l’interesse a comunicare. La parola data non ha più nessun valore, la gente non si vergogna più di comportamenti arroganti e se ne frega di qualunque convenzione sociale basata sull’onestà. Molti allievi che vengono ad apprendere la mia disciplina non vogliono sacrificarsi, desiderano avere tutto e subito. Sono impazienti, indisciplinati e maleducati….arroganti e spesso cafoni. Se, per il loro bene, gli si fa ripetere le tecniche di base perché le eseguono male, si annoiano e, alla seconda o terza lezione, se ne vanno. Faticano a adeguarsi a quelle tre o quattro norme di disciplina che, più che altro, sono regole di buona educazione. Sbuffano quando dico loro che gradisco indossino l’uniforme della scuola, poiché pensano che tutti questi orpelli siano del tutto inutili e alla fine mi costringono ad essere severo su cose semplici che dovrebbero essere del tutto scontate. In Thailandia gli allievi aiutano il maestro, prendono le armi e gli equipaggiamenti, li schierano per la lezione e poi li ripongono al loro posto, si siedono pazienti sempre ai suoi piedi. In Italia no! E’ il maestro che deve servire l’allievo, poiché l’allievo paga una quota e quindi può pretendere, dunque che si arrangi pure a far tutto. Quando non vedono progressi rapidi se ne vanno e, se per caso l’insegnante fa loro ripetere la stessa lezione due volte o non insegna loro per una sera qualcosa di nuovo, si sentono traditi ed imbrogliati. Ho avuto allievi che se ne sono andati perché ho detto loro che non li ritenevo ancora pronti per fare un combattimento libero a mani nude, che sarebbe stato più opportuno studiare ancora i fondamentali che non padroneggiavano bene. Il maestro viene visto come un business man, uno interessato solamente ai tuoi soldi, non come un padre o un amico che ti guida con amore e si prende cura di te nel cammino che hai intrapreso. Non capiscono questi “meschini” che la disciplina è, prima di tutto, una forma di rispetto verso se stessi. Solo secondariamente essa ha per oggetto l’insegnante o la scuola! Se faccio fare allenamenti duri, se ne vanno perché sono troppo impegnativi, se li faccio facili, perché sono troppo facili. Se cerco di fare un allenamento medio, metà se ne va perché lo reputano troppo duro, l’altra metà perché lo reputano troppo facile, nessuno sembra mai contento. Non c’è più spazio per la conquista personale, tutto va comperato ed esibito, guai a parlare di sacrificio o di impegno, essi sono valori banditi dalla nostra società, per non parlare poi della costanza e della serietà. Naturalmente ci sono anche alcuni studenti in gamba, ma essi non rappresentano che eccezioni che confermano fin troppo spesso la norma che ho descritto sopra. Continuo a sperare di sbagliarmi… I valori che ci vengono proposti attraverso la televisione e i mass media, modelli che i nostri figli dovrebbero fare loro, secondo la filosofia corrente, si possono osservare in trasmissioni demenziali come quelle del “Grande Fratello” o dei vari “Reality Show”; spettacoli di vera miseria umana, nei quali possiamo vedere giovani imbecilli fare tutto il loro meglio per sfoggiare le loro doti di alienati. A essere massacrate così, sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di ogni società che vuole proiettarsi verso il futuro. Se i programmi presentano questi esempi così poco edificanti di umanità, queste fiere del bestiame dove ragazze seminude, si impegnano a fondo per dimostrare quanto sono disponibili a tutto, pronte a mercificare i loro corpi come semplici oggetti, potete immaginarvi in quale stato di confusione possono trovarsi i ragazzi d’oggi. Essi finiscono quasi sempre inevitabilmente, a ritenere che questa sia l’unica forma con la quale proporsi, per farsi accettare nella comunità nella quale vivono. Il bisogno di essere accettati, di essere confermati dagli altri, di ritenere che il loro “valore” dipenda dall’opinione che gli altri si sono fatti nei loro riguardi, li rende schiavi delle apparenze. Il prestigio ed il successo si misurano in euro e vestiti firmati che si possono esibire, in incarichi di “responsabilità” che si ricoprono, nella quantità di apprezzamenti che si ricevono. L’interesse principale non mira a promuovere la propria crescita, ma a imbottire e anestetizzare se stessi attraverso il possesso di beni, il consumo di vita a prezzi stracciati e la percezione banale delle cose turbata il meno possibile. Il sostanziale oblio di sé come centro di un orizzonte di senso è, a sprazzi, compensato dall’attesa di qualche improvviso e miracoloso evento che redima dalla piattezza: dal lampo di qualche amore, avventura o successo. Se l’obbiettivo è quello di conquistare la felicità, lo si è alla fine barattato con lo stordimento. La società ci spinge verso la performance, ci spinge a correre, correre, correre e ad arraffare dove si può a piene mani, cerca di concederci meno spazi possibile per riflettere, per fermarsi. Tutto va agguantato, acquistato, consumato, gettato o distrutto, e guai a chi osa mettersi in mezzo, cammineremo senza pietà sul suo cadavere. Essere arroganti, cafoni, maleducati, gridare, insultare, denigrare, sfottere, parlare velocemente ed ad alta voce, sovrastando gli altri, vengono presentate come le virtù che contraddistinguono l’uomo di successo. Il comportamento dei nostri uomini politici, coloro che dovrebbero rappresentarci, che sono stati scelti dal popolo, è la prova irrefutabile di quanto ho asserito. Non possiamo oltremodo neppure lamentarcene, essi non sono che lo specchio fedele del popolo che li ha eletti. Ma in tutto questo quadro dobbiamo chiederci: dove sta la cosiddetta normalità? Che cosa intendiamo per “Uomo Normale”? Credo sia davvero importante cercare di riuscire a rimanere, in un mondo falso, uomini veri. Se ne convenite con me, vi consiglio caldamente di leggervi il bellissimo saggio di Hermann Hesse : “L’arte dell’ozio”, libretto scritto tanti anni fa e tuttavia mai stato tanto attuale quanto ora. L’arte dell’ozio, di fermarsi, di rallentare, di quietarsi, di riappacificarsi con noi stessi, di rimanere fermi ad ascoltarci. Da alcuni popoli orientali noi avremmo al riguardo davvero tantissime cose da apprendere; la loro società, seppur moderna ed antica nello stesso tempo, segue ancora ritmi rispettosissimi degli equilibri, del bio-ritmo, di ogni essere umano. Il prezzo lo pagano in scarsa produttività industriale, ma quanta pace….. Quando si giunge in Thailandia non si può non rimanere interdetti, nel vedere con quanta calma ogni cosa si svolge. Facciamo fatica noi inizialmente, frenetici come siamo, ad adattarci ai loro ritmi lenti; tuttavia, una volta che ci calmiamo, non possiamo che apprezzare con gioia questo stile di vita. Al ritorno in Italia poi ci aspetterà lo shock di doverci reintegrare con i ritmi di prima, che ci sembreranno pazzeschi…. Qui da noi, pochi riescono a funzionare senza aver bisogno dell’approvazione degli altri, cercando la propria realizzazione spirituale, la maggioranza invece pensa solo al realizzo… in senso economico. La morte è un tabù, qualcosa che non esiste, che va allontanata, qualcosa che….tocca sempre agli altri, fino al giorno, spesso improvviso, che bussa alla nostra porta trovandoci impreparati e spaventati. Alla fine finisce sempre così, che ce ne andiamo nudi nudi, senza aver la possibilità di portarci dietro niente; non il prestigio, non i soldi (dei quali godrà qualcun’altro), non il potere. Al riguardo vi cito il Sutra del Cuore, una poesia antichissima e bellissima, che viene ricordata anche da Bernardo Bertolucci nel film “Il Piccolo Buddha”, e che ci ricorda come alla fine il corpo non sia altro che un “grumo” di pensiero:

“O Shariputra, la forma è vuoto,
il vuoto è forma.
La forma non è altro che il vuoto,
il vuoto non è altro che la forma….
O Shariputra, tutte le cose che esistono
Sono espressione del vuoto:
non nate, non distrutte, non macchiate, non pure,
senza perdita, senza profitto…
Pertanto nel vuoto non c’è forma,
né sensazione, concezione, discriminazione,
consapevolezza.
Né occhi, né orecchie, né naso, né lingua,
né corpo, né mente.
Né colore, né suono, né odore, né sapore,
né tocco, né cosa esistente.
Né regno della vista, né regno della coscienza.
Né ignoranza, né fine dell’ignoranza,
né vecchiaia, né morte.
Né sofferenza, né causa – né fine – della sofferenza.
Né strada, né saggezza, né profitto.
Senza alcun profitto – così vivono i Bodhisattva,
in perfetta comprensione e senza ostacoli per la mente.
Per la mente – senza ostacoli, perciò senza paura.
Lontano, oltre i pensieri e le illusioni,
ecco il Nirvana…”.

La crisi di valori di cui da tanto si parla, non è un semplice luogo comune, esiste davvero, i ragazzi intelligenti, prima di abdicare totalmente al loro pensiero libero, per arrendersi alla terrificante realtà di una società impazzita, cercano risposte. Risposte che gli adulti non sono in grado di soddisfare. Così spesso essi vanno a perdersi in paradisi artificiali, sette religiose o nell’emulazione di modelli e stereotipi dietro ai quali quasi sempre si nasconde la depressione, lo stress, l’angoscia esistenziale ed in definitiva la disperazione. La difficoltà di dare un senso profondo e sacro alla nostra brevissima esistenza, di avere dei riferimenti fermi, dei paletti, nel mutevole girotondo di un mondo in continua e rapidissima trasformazione, crea disagio e disadattamento, la sensazione orribile di non riuscire ad essere mai all’altezza della situazione. In questo contesto sono grandi anche le responsabilità della famiglia. I genitori investono nei figli aspettative che sono del tutto sproporzionate agli interessi dei ragazzi. “Sa! Mio figlio va a scuola fino alle 13.00, dalle 14.30 alle15.30 studia piano, dalle16.00 alle 17.00 va a ripetizione di matematica, dalle17.30 alle 18.30 ha lezione di nuoto, poi c’è la cena ed il ripasso prima di dormire. E’ proprio un ragazzo bravissimo e non si lamenta mai!”- quante volte ho sentito discorsi simili, Dio mio! Nessuno mai che si informi e si preoccupi di ciò che può rendere felice il bambino davvero. Non chiedetevi poi come mai i vostri ragazzi collassano, soffrono di depressione o tentano il suicidio, magari solo per un brutto voto preso a scuola. Molti studiano come allungare la durata della vita, mentre secondo me, bisognerebbe invece studiare come allargarla. Il mio più grande amico, Carlo Franzina, diceva spesso che: “E’ proprio vero…il peggiore dei mali è di uscire dal numero dei vivi, prima di morire!”. Ronald D.Laing, il padre della corrente dell’antipsichiatria, ad un certo punto, all’apice del suo successo personale si ritirò in un monastero Buddista nello Sri Lanka a praticare meditazione Vipassanà, l’unica cosa che ancora aveva senso per lui. Comprese benissimo queste tematiche facendone una terribile profezia che scrisse in un bellissimo e quanto mai piccolo librettino dal nome “La politica dell’esperienza”. Un libretto davvero profetico che ci illumina sulla condizione, considerata normale, di noi uomini inseriti in questa società. Lo fa in modo anche provocatorio, in vero stile Zen! “Rendiamoci conto che ciò che viene chiamato comunemente “uomo normale” è un prodotto di repressione, negazione, scissione, proiezione, introiezione e di altre forme di azioni distruttive, operate contro l’esperienza. Esso è radicalmente estraneo alla struttura dell’essere. La persona “normalmente” alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, è presa per sana. La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di se, è la condizione dell’uomo normale. La società fa un gran conto del suo uomo normale: educa i bambini a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad essere così ” normali”. Gli uomini normali hanno spiritualmente e fisicamente assassinato più di un miliardo circa dei loro simili uomini normali, negli ultimi cinquant’anni e più di cento milioni, attraverso guerre fatte per soldi, mascherate da alti ideali. Il nostro comportamento è una funzione della nostra esperienza: agiamo cioè in accordo con il nostro modo di vedere le cose. Se la nostra esperienza è distrutta, il nostro comportamento sarà distruttivo. Se la nostra esperienza è distrutta, abbiamo smarrito noi stessi: siamo alienati.” Chi pratica la meditazione deve essere consapevole di tutto ciò. “Per questo si sottopone ad un intensa disciplina, volta innanzitutto a disimparare; prima di poter incominciare di nuovo ad avere esperienza del mondo, con innocenza, verità ed amore. Le parole di una composizione poetica, i suoni in movimento, il ritmo che scandisce lo spazio, il vivere l’esperienza autentica di un arte marziale, sono tentativi, istintivi alcuni, codificati altri, di recuperare un significato personale e rinchiuderlo in uno spazio e tempo personali. Tutto ciò al di fuori degli spettacoli ed i suoni di un mondo spersonalizzato e disumanizzato; sono teste di ponte gettate in territorio nemico: sono atti insurrezionali. La loro sorgente è quel silenzio che è al centro di ognuno di noi. In qualsiasi momento o luogo una tale costellazione sonora o spaziale si stabilisce nel mondo esterno, la forza che essa racchiude genera nuove linee di forza i cui effetti si avvertono per secoli. Il soffio creativo “viene da una regione dell’uomo, in cui l’uomo normale non può discendere, neppure se Virgilio stesso lo accompagna, perché Virgilio stesso non potrebbe scendere fin là”. Questa regione, la regione del nulla, del silenzio dei silenzi, è essa l’origine: noi abbiamo dimenticato che siamo là interamente ed in ogni momento. Per un uomo alienato dalla propria sorgente interiore, la creazione se nasce, nasce dalla disperazione e finisce nel fallimento, ma quest’uomo non ha percorso la Via che conduce alla fine del tempo e dello spazio, alla fine dell’oscurità e della luce: non sa che dove tutte queste cose finiscono, proprio là , esse incominciano. Dobbiamo comprendere che adesso per noi sono molto più fuori mano anche i più vicini contatti con le infinite regioni dello spazio interiore, di quanto lo siano le regioni dello spazio esteriore. Rispettiamo l’esploratore, lo scopritore, lo scalatore, l’astronauta: ma è molto più impegnativo il progetto, richiesto dal nostro tempo con disperata urgenza, di esplorare lo spazio – tempo interiori, dello spirito umano. Questa è forse una delle poche cose che, nella nostra situazione storica, abbia ancora senso fare”.
Laing ci prospetta anche il suo percorso di riscatto: proprio quello che da migliaia di anni il Buddismo insegna:
1-Un viaggio dall’esteriore all’interiore,
2-Dalla vita ad una sorta di morte.
3-Da un andare in avanti ad un andare all’indietro.
4- Da un tempo in movimento ad un tempo statico.
5- Da un tempo mondano ad un tempo eonico.
6- Dall’IO al Sé.
7- Dall’esser fuori al rientrare in grembo al tutto.
E successivamente un viaggio di ritorno:
1- Dall’interiore all’esteriore.
2- Dalla morte alla vita.
3-Dal moto all’indietro al moto in avanti.
4-Dall’immortalità, ad una nuova consapevolezza della mortalità.
5-Dall’eternità ad ancora il tempo.
6-Dal Sé ad un nuovo Io.
7-Dalla trasformazione in feto cosmico ad una rinascita dell’esistenza.
“Gli uomini non divengono ciò che la natura li ha destinati ad essere, ma ciò che la società fa di loro. I sentimenti generosi vengono, per così dire, rinsecchiti, strappati, cauterizzati, amputati, per renderci adatti al nostro approccio con il mondo, un pò come fanno certi zingari con i loro figli: li storpiano e li mutilano, per renderli adatti alla loro futura posizione nella vita. Questo è un invito alla rivolta e al rifiuto a farvi massificare: riappropriatevi di voi stessi. Riconquistate spontaneità, libertà e naturalezza interiori. L’esteriore separato da ogni illuminazione proveniente dall’interiore, vive nelle tenebre; la nostra è un età delle tenebre: vivere nelle tenebre dell’esteriorità, è vivere in uno stato di vero “peccato”, ossia di alienazione, di estraniazione dalla luce interiore. Vi sono degli atti, delle azioni che conducono ad un estraneamento maggiore, altri che aiutano a non restare così lontani: i primi sono quelli che un tempo venivano considerati i più peccaminosi”. Un attore di mimica, Vittorio Magrin, scrisse un opera teatrale il cui tema portante era proprio la frattura insanabile che si era consumata qui in occidente tra i bisogni del corpo e le necessità della mente, non so se molti capirono o meno lo spettacolo che rappresentava nel silenzio dei gesti, ma io ne fui commosso profondamente. Il tema di presentazione diceva testualmente: “All’inizio il corpo e la mente convivevano avvinghiati nell’armonia degli insiemi; l’uno guidava l’altra verso la coscienza della morte e l’altra sorreggeva l’uno, nel lungo e difficile cammino. Poi la mente, presuntuosa, si staccò e forte di sé cercò una risposta alle sue mille domande, sfogliando invano il libro del sapere. Il corpo affidato al solo istinto fu preso dalla disperazione e, vagando nella condanna del dubbio, si vestì di fatica, vergogna e dolore. Poi abbassò la testa rassegnato, si riconobbe e trovò scritta in lui la storia della vita; riscoprì le paure cosmiche, i valori e la sicurezza della procreazione. Divenne guerriero e conquistò il mondo, ma tra passato e futuro uccise soltanto sé stesso. Oppresso dal dubbio, rinnegato l’istinto, nel tempo del suo tempo, “l’uomo” si riconosce e piange sé stesso”. Il Taran Devak, per la sua completezza e per i suoi altissimi contenuti educativi, morali e spirituali può davvero essere considerato un preziosissimo strumento di riscatto e crescita spirituale. La vera rivoluzione incomincia dentro di noi, non fuori… Coloro che sono alla ricerca di strumenti validi ed affilati, per poter operare una discesa sicura dentro di se, per riportare alla luce quella fiaccola di consapevolezza e vera libertà, contro la quale la società ha schierato un esercito agguerrito e subdolo, troveranno in questa disciplina tutte le tecniche necessarie a “spezzare l’accerchiamento”. I valori di riferimento non sono imposti, gli ideali non stanno lì, come in un mondo iperuranio di tipo platonico, vanno trovati e conquistati da soli, camminando insieme con Maestri in gamba che sappiano prenderci per mano e guidarci. Quando un allievo ha sete, il compito morale del maestro consiste nell’indicargli la via che conduce alla sorgente, ma egli non può bere al posto dello studente; il suo compito si ferma lì, tutt'al più può metterlo in guardia dai rischi ai quali può andare in contro strada facendo. Se la “formazione” si trova fuori rotta, l’uomo che lo ha compreso e vuole veramente rimettersi “in rotta”, deve lasciare la formazione. Ma può farlo senza strepito, e senza terrorizzare la già spaventata formazione che sta per lasciare. La “formazione sociale”, la società nella quale viviamo è patologica, e l’adattarsi socialmente ad una società malata di disfunzioni può essere molto pericoloso: l’uomo addetto al lancio delle testate nucleari, perfettamente adattato, brav’uomo, ottimo padre di famiglia, può costituire un pericolo ben maggiore per la sopravvivenza della specie che non lo schizofrenico internato, convinto che la “Bomba” sia dentro di sé. Stiamo vivendo in un epoca in cui il terreno slitta e le fondamenta tremano.Non saprei dire se ciò sia vero per altri tempi e per altri luoghi: sarà forse sempre stato così, ma ciò che sappiamo è che è vero oggi. Stando così le cose, abbiamo tutti i motivi per non sentirci sicuri. Ora che fin l’estrema base del nostro mondo è in pericolo, corriamo verso i diversi buchi nel terreno, ce la diamo a gambe levate per trovare rifugio in ruoli da sostenere, in ranghi, identità, relazioni interpersonali: cerchiamo di vivere in castelli in aria, dato che nell’universo sociale non vi è della terraferma su cui edificare. Tutti siamo vittime e testimoni di questo stato di cose. Si dice che il vero guerriero è colui il quale ha compreso che dentro di lui vi è un'unica realtà, sorgente di vita e di ogni cosa. Egli sa che in realtà dolore e piacere sono enti complementari. Come un albero che in un luogo privo di vento non vacilla, così la sua mente rimane stabile e ferma. “Con questa fede e con questa coscienza vi dico, non siete rinchiusi nel corpo, né confinati nelle case o nei campi. Quello che siete dimora sulle montagne ed erra nel vento. Non è qualcosa che striscia al sole per scaldarsi, o scava nel buio per trovare rifugio, ma è qualcosa di libero, uno spirito che avvolge la terra e vaga nell’etere”. Queste sono parole profondissime, che assieme a molte altre, splendide potete trovare in un piccolo ma bellissimo libro: “Il Profeta” di Gibran Kahlil Gibran. Tutti i sentieri, brevi o lunghi, elaborati per raggiungere la percezione mistica, l’autorealizzazione, l’unione beata, non sono che varianti di quel sentiero che, andando dal nulla al nulla, inizia e termina dentro di sé. “Desidero ricordarvi anche la morale e l’etica che sottende la nostra disciplina: il dovere di manifestare la forza del nostro spirito anche nella vita quotidiana. Ciò accade ogni volta che scegliamo di schierarci con gli ultimi, con coloro che non ce la fanno, con gli indifesi. Non dobbiamo rinunciare mai di prestare il nostro aiuto a chi ne ha bisogno, opponendoci con fermezza alle ingiustizie e alle prevaricazioni dei potenti sui più deboli, dei violenti sui miti. Ricordatevi che essere nobili di animo non significa essere ricchi. La legge morale di chi è nobile d’animo è l’onore, la giustizia, il sano orgoglio di chi tiene alta la propria tradizione e di chi si fortifica nella calma consapevolezza della propria virtù; dovete perdonare ed essere generosi, ma mai scendere a compromessi con coloro che si comportano ingiustamente causando sofferenza agli altri. Dobbiamo diventare esempio di gentilezza, di cortesia, di altruismo, di rispetto per gli altri. Chi ha compreso bene il potere potenzialmente devastante della nostra disciplina marziale, deve capire altrettanto bene il significato profondo della parola pace; egli ha conosciuto il suo lato oscuro, sa come dominarlo e sa che deve indirizzarne il potere a fin di bene. Siate dunque dei Guerrieri di Luce, siate positivi, ed imparate a portare pace e serenità nel mondo poiché, mai come oggi, il mondo ne ha avuto bisogno. Fate tesoro di quanto ho scritto, in questo breve Vademecum c’è il cuore e lo spirito di quest’arte”. Pensieri sciolti:

-Cambia tu, qualcosa succederà.
-Il mondo nuovo comincia da te.
-Tu puoi essere il cambiamento che vuoi vedere negli altri.
-Diventa la persona che vorresti incontrare.
-L'altro è il tuo Maestro:
Cerca in ogni persona il suo messaggio; fa fiorire gli incontri umani che la strada ogni giorno ti regala. L'uomo saggio cerca quanto vi è di positivo in ogni evento; è così che trova maestri dappertutto.Anche chi ti è nemico è maestro, ti evidenzia fino a quale punto sei in grado di sopportare, di concigliare, di accogliere. -L'altro è volto: due occhi che ti guardano e implorano rispetto e affetto. Il viso dell'altro è un'invocazione alla responsabilità. -Celebra la gratuità della vita per tutto il tempo che ti è concesso, ogni giorno, ogni respiro.
-Il bene che fai è l'affitto che paghi per il posto che occupi sulla terra.
-Consolida ciò che impari, condividendolo con gli altri.
-La cultura è il sole della mente! Nella scuola Taran Devak facciamo cerchio e così diventiamo tutti maestri e scolari alla scuola continua della vita; ci aiutiamo a crescere tutti con semplicità, creatività e condivisione. -Come l'alchimista trasforma il piombo grigio e pesante in oro leggero e scintillante, così tu puoi trasformare emozioni malate in emozioni sane. Il mezzo per attuare il cambiamento è la Meditazione e la pratica del Taran Devak. Essi sono la scienza, tecnica ed arte di canalizzare energie al positivo, rimuovendo i solchi, traccie di abitudini indurite. La sapienza orientale dice: quando sei triste, non essere troppo triste. Quando sei contento, non essere troppo contento. Come le corde della chitarra, se troppo tese si possono rompere, se troppo allentate non producono musica. L'equilibrio emotivo può compiersi attraverso i gesti del corpo, le Danze Meditative Ram Awut; con esse puoi precedere ciò che desideri essere con le emozioni della mente. Ripeti schemi di divinità archetipe contente, amorevoli, compassionevoli: i gesti del corpo conducono alle emozioni corrispondenti...


Quando le voci in te parlano di fine.
Quando la mente dice che hai perduto.
Quando credi che sia impossibile,
eppure prosegui,
ti sollevi sulla tua Spada.
E fai ancora un altro passo.
Lì è dove termina l’Uomo.
Lì è dove comincia Dio.



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